Silas Marner
George Eliot
Capitolo 1
Ai tempi in cui i filatoi ronzavano alacremente nelle fattorie – e perfino le gran dame, vestite di seta e merletti di filo, avevano i loro filatoi da trastullo di quercia lucidata – si potevano vedere, in contrade sperdute fra i viottoli o nel cuore delle colline, certi uomini pallidi e di piccola statura che, accanto alla robusta gente di campagna, sembravano i resti di una stirpe diseredata. Il cane del pastore abbaiava furiosamente quando uno di quegli uomini dall’aria forestiera compariva sull’altura, scuro contro il precoce tramonto invernale; perché quale cane vede di buon occhio una figura curva sotto un pesante sacco? – e di rado quegli uomini pallidi uscivano senza quel misterioso fardello. Il pastore stesso, pur avendo buone ragioni per credere che il sacco non contenesse altro che filo di lino, oppure lunghi rotoli di robusta tela ricavata da quel filo, non era del tutto sicuro che il mestiere del tessitore, per quanto indispensabile, si potesse esercitare interamente senza l’aiuto del Maligno. In quei tempi lontani la superstizione si aggrappava facilmente a ogni persona o cosa che fosse anche solo un poco insolita, o semplicemente intermittente e occasionale, come le visite del venditore ambulante o dell’arrotino. Nessuno sapeva dove avessero casa gli uomini girovaghi o da dove venissero; e come ci si poteva spiegare un uomo, se non si conosceva almeno qualcuno che conoscesse suo padre e sua madre? Per i contadini d’un tempo, il mondo che esulava dalla loro esperienza diretta era un territorio vago e misterioso: al loro pensiero, che non aveva mai viaggiato, la vita errante appariva oscura quanto la vita invernale delle rondini che tornavano a primavera; e persino chi si stabiliva fra loro, se veniva da lontano, non cessava quasi mai di suscitare un residuo di diffidenza, tale che nessuno si sarebbe sorpreso se, dopo essersi comportato a lungo in modo inoffensivo, avesse finito per commettere un delitto; soprattutto se godeva di una qualche fama di sapienza o mostrava una certa abilità artigiana. Ogni forma d’ingegno, si manifestasse nell’uso spedito di quello strumento difficile che è la lingua o in qualche altra arte ignota agli abitanti del villaggio, era di per sé sospetta: la gente onesta, nata e cresciuta sotto gli occhi di tutti, perlopiù non brillava per sapienza o ingegno – almeno, non oltre quanto bastava a leggere i segni del tempo; e il modo in cui si acquistavano prontezza e destrezza di qualsiasi genere era così interamente nascosto che quelle abilità assumevano il carattere di un sortilegio. Fu così che quei tessitori di lino sparsi qua e là – emigrati dalla città in campagna – continuarono fino all’ultimo a essere considerati forestieri dai loro vicini contadini, e finivano per lo più con l’acquisire le abitudini eccentriche proprie di chi vive in solitudine.
Nei primi anni di questo secolo, un tessitore di lino di quella specie, di nome Silas Marner, esercitava il suo mestiere in una casetta di pietra che sorgeva fra siepi cariche di nocciole nei pressi del villaggio di Raveloe, non lontano dal ciglio di una cava di pietra abbandonata. Il rumore sospetto del telaio di Silas, così diverso dall’allegro, naturale trotterellio della vagliatrice o dal ritmo più semplice del correggiato, esercitava sui ragazzi di Raveloe un fascino misto a paura: spesso smettevano di raccogliere nocciole o di andare a caccia di nidi per sbirciare alla finestra della casetta di pietra, compensando un certo timore per il misterioso funzionamento del telaio con un piacevole senso di sprezzante superiorità, che traevano dal farsi beffe dei suoi rumori alterni e della posa ricurva del tessitore, da forzato alla ruota. Talvolta, però, accadeva che Marner, fermandosi a correggere un’irregolarità del filo, si accorgesse di quei piccoli furfanti e, pur essendo geloso del proprio tempo, trovasse tanto sgradita la loro intrusione da scendere dal telaio, aprire la porta e fissarli con uno sguardo che bastava sempre a farli fuggire terrorizzati. Come si poteva credere, infatti, che quei grandi occhi castani e sporgenti nel viso pallido di Silas Marner non distinguessero davvero quasi nulla che non fosse loro vicino, e non piuttosto che quello sguardo terribile potesse far venire crampi, rachitismo o la bocca storta a qualunque ragazzo rimasto indietro? Forse avevano sentito i genitori insinuare che Silas Marner, se avesse voluto, avrebbe potuto curare i reumatismi della gente, e aggiungere, in tono ancora più oscuro, che a saper blandire il diavolo come si deve ci si poteva risparmiare la spesa del medico. Chi ascoltasse con attenzione i contadini canuti potrebbe forse cogliere ancora oggi simili strani echi superstiti dell’antico culto dei demoni; poiché una mente incolta fatica ad associare le idee di potere e di bontà. Una vaga concezione di un potere che, a forza di blandizie, si può indurre ad astenersi dal fare del male è la forma che più facilmente assume il senso dell’Invisibile nella mente di uomini da sempre incalzati dai bisogni più elementari, e la cui vita di duro lavoro non è mai stata illuminata da una fede religiosa ardente. Ai loro occhi, il dolore e la sventura racchiudono possibilità assai più numerose della gioia e del piacere: la loro immaginazione è quasi spoglia delle immagini che alimentano il desiderio e la speranza, ma è tutta invasa dai ricordi che offrono alla paura un pascolo perenne. «Le viene in mente qualcosa che avrebbe voglia di mangiare?» chiesi una volta a un vecchio bracciante durante la sua ultima malattia, dopo che aveva rifiutato tutto il cibo offertogli dalla moglie. «No», rispose, «sono sempre stato abituato solo al mangiare di tutti i giorni, e quello non riesco a mangiarlo». L’esperienza non aveva fatto nascere in lui fantasie capaci di evocare il fantasma dell’appetito.
E Raveloe era un villaggio dove molti degli antichi echi sopravvivevano, senza che nuove voci li soffocassero. Non che fosse una di quelle sterili parrocchie ai margini della civiltà – popolate di pecore macilente e di pochi pastori sparsi qua e là: al contrario, si trovava nella ricca pianura centrale di quella che ci piace chiamare l’allegra Inghilterra, e comprendeva fattorie che, a parlarne da un punto di vista spirituale, pagavano decime assai allettanti. Ma se ne stava rannicchiato in una conca riparata e ricca di boschi, a un’ora buona di cavallo da qualunque strada a pedaggio, dove non giungevano mai le vibrazioni del corno della diligenza o dell’opinione pubblica. Era un villaggio dall’aria importante, con una bella chiesa antica e un vasto cimitero nel cuore del paese, e due o tre grandi case coloniche di pietra e mattoni, con frutteti ben cintati da muri e banderuole ornamentali a forma di gallo, che sorgevano a ridosso della strada, mostrando facciate più imponenti della canonica, che faceva capolino fra gli alberi dall’altro lato del cimitero: un villaggio che mostrava a colpo d’occhio i vertici della propria vita sociale e rivelava all’occhio esperto che nei dintorni non c’erano né un grande parco né una dimora signorile, ma che a Raveloe c’erano parecchi maggiorenti che potevano permettersi, in tutta tranquillità, di condurre male le proprie fattorie, ricavando da quella cattiva conduzione, in quei tempi di guerra, abbastanza denaro da vivere allegramente e festeggiare in letizia il Natale, la Pentecoste e la Pasqua.
Erano trascorsi quindici anni da quando Silas Marner era giunto per la prima volta a Raveloe; allora era soltanto un giovane pallido, con occhi castani sporgenti e miopi, il cui aspetto non avrebbe avuto nulla di strano agli occhi di persone di media cultura ed esperienza, ma che agli abitanti del villaggio nei cui pressi era venuto a stabilirsi presentava misteriose singolarità, ben accordate alla natura inconsueta del suo mestiere e al suo arrivo da una regione sconosciuta chiamata «su al Nord». Lo stesso valeva per il suo modo di vivere: non invitava nessuno a varcare la soglia di casa, e non andava mai a passeggio in paese per bere una pinta al Rainbow o scambiare due chiacchiere dal carradore; non cercava nessuno, uomo o donna, se non per ragioni di lavoro o per procurarsi il necessario; e alle ragazze di Raveloe fu presto chiaro che non avrebbe mai insistito perché una di loro lo prendesse per marito controvoglia – proprio come se le avesse sentite dichiarare che non avrebbero mai sposato un morto tornato in vita. Questa opinione sulla persona di Marner aveva altri fondamenti, oltre al suo viso pallido e a quegli occhi senza eguali; infatti Jem Rodney, l’acchiappatalpe, assicurava che una sera, tornando a casa, aveva visto Silas Marner appoggiato alla scaletta di uno steccato con un pesante sacco sulle spalle, invece di posare il sacco sulla scaletta, come avrebbe fatto un uomo in senno; e che, avvicinandosi, aveva visto che gli occhi di Marner erano fissi come quelli di un morto, e gli aveva parlato, e lo aveva scosso, e lui aveva le membra rigide, e le mani stringevano il sacco come se fossero state di ferro; ma proprio quando si era persuaso che il tessitore era morto, quello si era ripreso del tutto, così, come dire, in un batter d’occhio, aveva detto «Buonanotte» e se n’era andato. Jem giurava di aver visto tutto questo, e tanto più se ne ricordava perché era proprio il giorno in cui era stato a caccia di talpe sulle terre dello squire Cass, giù vicino alla vecchia fossa dei segatori. Qualcuno diceva che Marner doveva aver avuto un «accesso», parola che sembrava spiegare cose altrimenti incredibili; ma Mr Macey, il sacrestano della parrocchia, che amava discutere, scuoteva la testa e domandava se si fosse mai visto qualcuno avere un accesso senza cadere per terra. Un accesso era un colpo, no? E un colpo, per sua natura, toglieva in parte a un uomo l’uso delle membra e lo metteva a carico della parrocchia, se non aveva figli a cui ricorrere. No, no; non poteva essere un colpo quello che lasciava un uomo ritto sulle gambe, come un cavallo fra le stanghe, e poi gli permetteva di andarsene nel tempo di un «Arri!». Ma poteva ben darsi che l’anima di un uomo si staccasse dal corpo, uscendo e rientrando come un uccello che lascia il nido e poi vi ritorna; ed era così che certuni diventavano troppo sapienti, perché in quello stato senza guscio andavano a scuola da chi poteva insegnare loro più di quanto i vicini potessero imparare con i loro cinque sensi e il parroco. E dove aveva imparato, mastro Marner, a conoscere le erbe – e anche gli incantesimi, se avesse voluto rivelarli? Il racconto di Jem Rodney non era nulla più di quanto si sarebbe potuto aspettare chiunque avesse visto come Marner aveva guarito Sally Oates, facendola dormire come una bambina, dopo che per due mesi e più, mentre era in cura dal medico, il cuore le aveva battuto con tanta violenza da farla scoppiare. Avrebbe potuto guarire altra gente, se avesse voluto; ma valeva la pena parlargli con garbo, non fosse che per evitare che ti facesse del male.
Marner doveva in parte a quella vaga paura se gli erano risparmiate le persecuzioni che le sue singolarità avrebbero potuto attirargli, ma ancor più lo doveva al fatto che, essendo morto il vecchio tessitore di lino della vicina parrocchia di Tarley, il suo mestiere ne faceva un nuovo abitante assai gradito alle massaie più ricche della zona, e perfino agli abitanti più previdenti delle case più modeste, che alla fine dell’anno avevano la loro piccola provvista di filato. La consapevolezza della sua utilità avrebbe contrastato ogni ripugnanza o sospetto che non trovasse conferma in difetti di qualità o di quantità della tela che tesseva per loro. E gli anni erano trascorsi senza mutare l’opinione dei vicini su Marner, se non nel passaggio dalla novità all’abitudine. Dopo quindici anni gli uomini di Raveloe dicevano di Silas Marner le stesse identiche cose che dicevano da principio: non le ripetevano altrettanto spesso, ma quando lo facevano ci credevano molto più fermamente. Gli anni avevano portato una sola aggiunta importante: che mastro Marner aveva accantonato da qualche parte un bel mucchio di denaro, e che poteva comprarsi gente «più grossa» di lui.
Ma mentre l’opinione su di lui era rimasta pressoché immutata, e le sue abitudini quotidiane non avevano subito quasi nessun cambiamento visibile, la vita interiore di Marner aveva avuto una sua storia e una sua metamorfosi, come deve accadere a ogni natura ardente che sia fuggita nella solitudine o vi sia stata condannata. Prima di venire a Raveloe, la sua vita era stata piena del movimento, dell’attività mentale e dell’intima comunanza che, allora come oggi, caratterizzavano la vita di un artigiano entrato fin dalla giovinezza in una ristretta setta religiosa, dove il più povero dei laici ha la possibilità di distinguersi per i propri doni oratori e ha, quanto meno, il peso di chi, pur tacendo, ha diritto di voto nel governo della propria comunità. Marner godeva di grande stima in quel piccolo mondo nascosto che si dava il nome di chiesa riunita a Lantern Yard; lo si riteneva un giovane di vita esemplare e di fede ardente; e un particolare interesse si era concentrato su di lui da quando, durante una riunione di preghiera, era caduto in un misterioso stato di rigidità e di sospensione della coscienza che, durato un’ora o più, era stato scambiato per la morte. Cercare una spiegazione medica del fenomeno sarebbe stato, agli occhi di Silas stesso come a quelli del suo pastore e degli altri membri della comunità, un modo di chiudersi volontariamente al significato spirituale che poteva celarvisi. Silas era evidentemente un fratello prescelto per una particolare prova; e sebbene la mancanza di qualsiasi visione spirituale durante la trance del corpo scoraggiasse il tentativo di interpretare quella prova, lui e gli altri credevano tuttavia di scorgerne gli effetti in un accrescimento di luce e di fervore. Un uomo meno veritiero di lui avrebbe potuto essere tentato di inventare in seguito una visione, presentandola come un ricordo riaffiorato; un uomo meno sano di mente avrebbe potuto credere a una simile invenzione; ma Silas era sano di mente e onesto, sebbene, come accade a molti uomini onesti e ferventi, la cultura non avesse incanalato il suo senso del mistero, che perciò invadeva il campo dell’indagine e della conoscenza. Dalla madre aveva ereditato qualche nozione sulle erbe medicinali e sulla loro preparazione – un piccolo patrimonio di sapienza che lei gli aveva trasmesso come un lascito solenne – ma negli ultimi anni aveva avuto dubbi sulla liceità di mettere in pratica quelle conoscenze, convinto che le erbe non potessero avere efficacia senza la preghiera e che la preghiera potesse bastare senza le erbe; sicché il piacere, anch’esso ereditato, di vagare per i campi in cerca di digitale, dente di leone e tossilaggine cominciava ad assumere ai suoi occhi il carattere di una tentazione.
Fra i membri della sua chiesa c’era un giovane poco più grande di lui, con il quale aveva da tempo un’amicizia così intima che i fratelli di Lantern Yard erano soliti chiamarli Davide e Gionata. Il vero nome dell’amico era William Dane, e anch’egli era considerato un luminoso esempio di pietà giovanile, benché avesse una certa tendenza a mostrarsi troppo severo con i fratelli più deboli e a lasciarsi tanto abbagliare dalla propria luce da credersi più saggio dei suoi maestri. Ma, quali che fossero i difetti che altri potevano scorgere in William, agli occhi dell’amico egli era senza macchia; Marner, infatti, aveva una di quelle nature impressionabili e insicure di sé che, nell’inesperienza della giovinezza, ammirano i modi imperiosi e cercano sostegno in chi le contraddice. L’espressione di fiduciosa semplicità sul volto di Marner, accentuata da quell’assenza di attenzione ai particolari, da quello sguardo inerme, da cerbiatto, proprio dei grandi occhi sporgenti, contrastava nettamente con l’intimo trionfo, represso con compiacimento, che si annidava negli occhi stretti e obliqui e nelle labbra serrate di William Dane. Uno degli argomenti più frequenti nelle conversazioni fra i due amici era la certezza della salvezza: Silas confessava di non riuscire mai ad andare oltre una speranza mista a timore, e ascoltava con una meraviglia colma di desiderio quando William dichiarava di possedere una certezza incrollabile da quando, al tempo della sua conversione, aveva sognato di vedere le parole «vocazione ed elezione sicure» campeggiare sole su una pagina bianca della Bibbia aperta. Simili colloqui hanno occupato tante coppie di tessitori dal volto pallido, le cui anime incolte erano come giovani creature alate che svolazzano abbandonate nel crepuscolo.
All’ignaro Silas era parso che l’amicizia non si fosse raffreddata neppure quando aveva stretto un altro legame, di natura più intima. Da alcuni mesi era fidanzato con una giovane domestica, e per sposarsi aspettavano soltanto di accrescere un poco i loro risparmi; e gli dava grande gioia che Sarah non avesse nulla in contrario alla presenza occasionale di William durante i loro incontri domenicali. Fu a questo punto della loro storia che Silas ebbe l’accesso catalettico durante la riunione di preghiera; e, fra le varie domande e manifestazioni d’interesse che gli rivolsero gli altri membri della comunità, soltanto l’osservazione di William stonò con la simpatia generale verso un fratello fatto oggetto di un intervento tanto particolare. Osservò che, a suo parere, quella trance somigliava più a una visitazione di Satana che a una prova del favore divino, ed esortò l’amico a badare di non nascondere nulla di maledetto nella propria anima. Silas, sentendosi in dovere di accogliere rimproveri e ammonimenti come un servizio fraterno, non provò risentimento per i dubbi dell’amico su di lui, ma soltanto dolore; e presto vi si aggiunse una certa inquietudine quando si accorse che il contegno di Sarah nei suoi confronti cominciava a oscillare stranamente fra lo sforzo di mostrargli maggiore affetto e involontari segni di ritrosia e avversione. Le chiese se desiderasse rompere il fidanzamento, ma lei negò: il loro impegno era noto alla chiesa ed era stato riconosciuto nelle riunioni di preghiera; non lo si poteva sciogliere senza una rigorosa indagine, e Sarah non poteva addurre alcuna ragione che incontrasse l’approvazione della comunità. In quel periodo il diacono più anziano si ammalò gravemente e, poiché era vedovo e senza figli, alcuni fra i fratelli e le sorelle più giovani lo assistevano giorno e notte. Silas e William si alternavano spesso nella veglia notturna, dandosi il cambio alle due del mattino. Il vecchio, contro ogni aspettativa, sembrava in via di guarigione quando, una notte, mentre vegliava al suo capezzale, Silas si accorse che il respiro, di solito udibile, era cessato. La candela si stava consumando e dovette sollevarla per distinguere bene il viso del malato. Esaminandolo si convinse che il diacono era morto – morto già da qualche tempo, perché le membra erano rigide. Silas si domandò se si fosse addormentato e guardò l’orologio: erano già le quattro del mattino. Come mai William non era venuto? In preda a una grande inquietudine andò a cercare aiuto, e presto diversi amici si radunarono nella casa, fra cui il pastore, mentre Silas se ne tornò al lavoro con il rammarico di non aver incontrato William per sapere perché non si fosse presentato. Ma alle sei, mentre pensava di andare a cercare l’amico, William arrivò, e con lui il pastore. Venivano a convocarlo a Lantern Yard, dove avrebbe dovuto incontrare i membri della chiesa; e quando chiese il motivo della convocazione, l’unica risposta fu: «Lo saprai». Non fu detto altro finché Silas non si trovò seduto nella sacrestia, di fronte al pastore, con gli occhi di coloro che per lui rappresentavano il popolo di Dio fissi solennemente su di lui. Allora il pastore tirò fuori un coltellino, lo mostrò a Silas e gli domandò se sapesse dove lo aveva lasciato. Silas rispose che non gli risultava di averlo lasciato altrove che nella propria tasca – ma tremava di fronte a quello strano interrogatorio. Fu allora esortato a non nascondere il proprio peccato, ma a confessare e a pentirsi. Il coltello era stato trovato nello scrittoio accanto al letto del diacono defunto – trovato nel posto dove stava il sacchettino con il denaro della chiesa, che il pastore stesso aveva visto il giorno prima. Una mano aveva portato via quel sacchetto; e di chi poteva essere la mano, se non dell’uomo cui apparteneva il coltello? Per qualche tempo Silas rimase muto dallo stupore; poi disse: «Dio mi scagionerà: non so nulla del coltello trovato lì né del denaro scomparso. Perquisite me e la mia casa; non troverete altro che tre sterline e cinque scellini dei miei risparmi, e William Dane sa che li ho da sei mesi». A queste parole William gemette, ma il pastore disse: «Le prove contro di te sono gravi, fratello Marner. Il denaro è stato preso la notte scorsa, e nessuno era con il nostro fratello defunto tranne te, perché William Dane ci dichiara che un malore improvviso gli ha impedito di venire a fare il suo turno come al solito, e tu stesso hai detto che non è venuto; per di più, hai trascurato il corpo del defunto».
«Devo essermi addormentato», disse Silas. Poi, dopo una pausa, aggiunse: «Oppure devo aver avuto un’altra visitazione, come quella di cui siete stati tutti testimoni, e allora il ladro dev’essere entrato e uscito mentre io non ero nel corpo, ma fuori del corpo. Ma, lo ripeto, perquisite me e la mia casa, perché non sono stato in nessun altro posto».
La perquisizione fu fatta e si concluse – con la scoperta, da parte di William Dane, del ben noto sacchetto, vuoto, infilato dietro il cassettone nella camera di Silas! Allora William esortò l’amico a confessare e a non nascondere più a lungo il proprio peccato. Silas gli rivolse uno sguardo di aspro rimprovero e disse: «William, in nove anni che ci frequentiamo, mi hai mai sentito dire una bugia? Ma Dio mi scagionerà».
«Fratello», disse William, «come posso sapere che cosa tu possa aver fatto nelle stanze segrete del tuo cuore, per dare a Satana un vantaggio su di te?»
Silas continuava a guardare l’amico. A un tratto il viso gli si accese di un intenso rossore, e stava per parlare con impeto quando una scossa interiore parve frenarlo di nuovo, facendo svanire il rossore e lasciandolo tremante. Ma infine parlò con voce debole, guardando William.
«Ora ricordo – il coltello non l’avevo in tasca».
William disse: «Non so che cosa tu voglia dire». Gli altri presenti, tuttavia, cominciarono a chiedergli dove fosse dunque il coltello, ma lui non volle dare altre spiegazioni; disse soltanto: «Sono affranto; non posso dire nulla. Dio mi scagionerà».
Al ritorno in sacrestia, si discusse ancora. Qualsiasi ricorso a misure legali per scoprire chi fosse il colpevole andava contro i princìpi della chiesa di Lantern Yard, secondo i quali ai cristiani era proibito intentare azioni giudiziarie, anche se il caso avesse comportato uno scandalo minore per la comunità. I membri avevano però il dovere di adottare altri mezzi per scoprire la verità, e decisero di pregare e tirare a sorte. Questa decisione può sorprendere soltanto chi non conosce quella vita religiosa oscura che si è andata svolgendo nei vicoli delle nostre città. Silas s’inginocchiò con i fratelli, confidando che un immediato intervento divino attestasse la sua innocenza, ma sentendo che, anche così, gli sarebbero rimasti dolore e lutto – che la sua fiducia nell’uomo era stata crudelmente ferita. Il sorteggio dichiarò che Silas Marner era colpevole. Fu solennemente sospeso dalla comunità dei fedeli e gli fu ingiunto di restituire il denaro rubato: soltanto dopo una confessione, quale segno di pentimento, avrebbe potuto essere riaccolto nell’ovile della chiesa. Marner ascoltò in silenzio. Infine, quando tutti si alzarono per andarsene, si avvicinò a William Dane e disse, con voce tremante d’agitazione –
«L’ultima volta che ricordo di aver usato il coltello è stata quando l’ho tirato fuori per tagliarti una cinghia. Non ricordo di averlo rimesso in tasca. Sei stato tu a rubare il denaro, e hai ordito una trama per addossarmi quel peccato. Ma potrai prosperare ugualmente: non c’è un Dio giusto che governi rettamente la terra, ma un Dio di menzogna che rende testimonianza contro gli innocenti».
A quella bestemmia tutti rabbrividirono.
William disse con mitezza: «Lascio ai nostri fratelli giudicare se questa sia o no la voce di Satana. Io posso soltanto pregare per te, Silas».
Il povero Marner se ne andò con quella disperazione nell’anima – quel vacillare della fiducia in Dio e nell’uomo che, per una natura amorevole, è poco meno che follia. Nell’amarezza del suo spirito ferito, si disse: «Anche lei mi respingerà». E rifletté che, se lei non credeva alla testimonianza contro di lui, tutta la fede di Sarah doveva esserne sconvolta, proprio come era accaduto a lui. Per chi è abituato a ragionare sulle forme in cui ha preso corpo il proprio sentimento religioso, è difficile immedesimarsi in una persona semplice e incolta, nella cui mente forma e sentimento non sono mai stati separati da un atto di riflessione. Siamo portati a pensare che un uomo nella situazione di Marner dovesse inevitabilmente cominciare a dubitare che tirare a sorte fosse un modo valido di appellarsi al giudizio divino; ma per lui sarebbe stato uno sforzo di pensiero indipendente quale non aveva mai conosciuto; e avrebbe dovuto compierlo in un momento in cui tutte le sue energie si erano trasformate nell’angoscia di una fede delusa. Se c’è un angelo che annota i dolori degli uomini oltre ai loro peccati, sa quanti e quanto profondi siano i dolori che nascono da idee errate di cui nessuno ha colpa.
Marner tornò a casa e per un giorno intero rimase seduto da solo, stordito dalla disperazione, senza sentire alcun impulso di andare da Sarah e tentare di convincerla della propria innocenza. Il secondo giorno trovò riparo dall’incredulità che lo intorpidiva tornando al telaio e lavorando come al solito; e non erano passate molte ore quando il pastore e uno dei diaconi vennero a portargli un messaggio di Sarah: considerava sciolto il fidanzamento con lui. Silas accolse il messaggio in silenzio, poi voltò le spalle ai messaggeri per rimettersi al lavoro al telaio. Poco più di un mese dopo, Sarah sposò William Dane; e non molto tempo più tardi i fratelli di Lantern Yard seppero che Silas Marner aveva lasciato la città.




