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Copertina del libro «I trentanove scalini» di John Buchan

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I tren­ta­no­ve scalini

Di John Buchan

Classico di pubblico dominio di John Buchan · Nuova traduzione a cura di NovelSpell

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I tren­ta­no­ve scalini

John Buchan

Capitolo 1: L'uomo che morì

Tornai dalla City verso le tre di quel pomeriggio di maggio, piuttosto disgustato della vita. Ero nella madrepatria da tre mesi e ne avevo fin sopra i capelli. Se un anno prima qualcuno mi avesse detto che mi sarei sentito così, gli avrei riso in faccia; eppure era proprio così. Il clima mi rendeva bilioso, i discorsi dell’inglese medio mi nauseavano. Non riuscivo a fare abbastanza moto, e i divertimenti di Londra mi parevano scipiti come l’acqua di seltz lasciata al sole. «Richard Hannay», continuavo a ripetermi, «sei finito nel fosso sbagliato, amico mio, e faresti meglio a venirne fuori».

A pensare ai progetti che avevo fatto in quegli ultimi anni a Bulawayo mi veniva da mordermi le labbra. Mi ero fatto il mio gruzzolo – non uno dei più grossi, ma per me bastava – e avevo immaginato ogni sorta di divertimenti. Mio padre mi aveva portato via dalla Scozia quando avevo sei anni, e da allora non ero mai tornato in patria; così per me l’Inghilterra era un po’ come Le mille e una notte, e contavo di restarci per il resto dei miei giorni.

Ma mi aveva deluso fin dal principio. Dopo circa una settimana mi ero stancato di visitare la città, e in meno di un mese ne avevo avuto abbastanza di ristoranti, teatri e corse di cavalli. Non avevo un vero amico con cui andare in giro, e probabilmente era questa la spiegazione. Molti mi invitavano a casa loro, ma non sembravano interessarsi granché a me. Mi buttavano lì una domanda o due sul Sudafrica, poi tornavano alle loro faccende. Un mucchio di signore imperialiste mi invitavano a prendere il tè per farmi incontrare insegnanti neozelandesi e direttori di giornale di Vancouver, ed era la faccenda più deprimente di tutte. Ed eccomi lì, a trentasette anni, sano e robusto, con abbastanza denaro per godermela, a sbadigliare tutto il giorno da slogarmi le mascelle. Avevo quasi deciso di levare le tende e tornarmene nel veld, perché ero l’uomo più annoiato di tutto il Regno Unito.

Quel pomeriggio avevo tormentato i miei agenti di cambio con questioni d’investimenti, per dare un po’ di lavoro al cervello, e tornando a casa mi ero fermato al mio circolo – più che altro una bettola, dove si ammettevano soci coloniali. Mi feci una bella bevuta e lessi i giornali della sera. Erano pieni del putiferio nel Vicino Oriente, e c’era un articolo su Karolides, il primo ministro greco. Il tipo mi era piuttosto simpatico. A sentire tutti, pareva l’unico uomo di statura in tutta la faccenda; e per giunta giocava pulito, cosa che non si poteva dire di quasi nessuno degli altri. Ne ricavai che a Berlino e a Vienna lo odiavano a morte, ma che noi eravamo decisi a sostenerlo; un giornale diceva che era l’unico baluardo fra l’Europa e l’Armageddon. Ricordo di essermi chiesto se avrei potuto trovare un lavoro da quelle parti. L’Albania mi sembrava il genere di posto capace di far smettere a un uomo di sbadigliare.

Verso le sei tornai a casa, mi cambiai, cenai al Café Royal ed entrai in un teatro di varietà. Era uno spettacolo sciocco, tutto donne che sgambettavano e uomini con facce da scimmia, e non mi fermai a lungo. La notte era bella e limpida mentre tornavo a piedi all’appartamento che avevo preso in affitto vicino a Portland Place. Sui marciapiedi la folla mi passava accanto a ondate, indaffarata e intenta a chiacchierare, e invidiavo tutta quella gente che aveva qualcosa da fare. Quelle commesse, quegli impiegati, quei damerini e quei poliziotti avevano qualche interesse nella vita che li teneva in moto. Diedi mezza corona a un mendicante perché lo vidi sbadigliare: era un compagno di sventura. A Oxford Circus alzai gli occhi al cielo primaverile e feci un voto. Avrei concesso alla madrepatria un altro giorno per darmi qualcosa da fare; se non fosse successo nulla, avrei preso la prima nave per il Capo.

Il mio appartamento era al primo piano di un palazzo nuovo dietro Langham Place. Le scale erano comuni, con un portiere e un ascensorista all’ingresso, ma non c’era ristorante né nulla del genere, e ogni appartamento era del tutto separato dagli altri. Non sopporto la servitù in casa, perciò avevo un uomo che veniva a occuparsi di me durante il giorno. Arrivava ogni mattina prima delle otto e se ne andava alle sette di sera, perché non cenavo mai in casa.

Stavo giusto infilando la chiave nella serratura quando mi accorsi di un uomo al mio fianco. Non l’avevo visto arrivare, e quella comparsa improvvisa mi fece sobbalzare. Era un uomo esile, con una corta barba castana e piccoli occhi azzurri e penetranti. Riconobbi in lui l’inquilino di un appartamento all’ultimo piano, con cui avevo scambiato qualche saluto sulle scale.

«Posso parlarle?» disse. «Mi lascia entrare un momento?» Si sforzava di tenere ferma la voce e con una mano mi brancicava il braccio.

Aprii la porta e gli feci cenno di entrare. Non appena varcata la soglia, si precipitò nella stanza sul retro, dove ero solito fumare e scrivere le mie lettere. Poi tornò indietro di corsa.

«La porta è chiusa a chiave?» chiese febbrilmente, e agganciò da sé la catenella.

«Mi dispiace moltissimo», disse in tono umile. «Mi sto prendendo una gran libertà, ma lei mi è sembrato il tipo d’uomo capace di capire. Nelle difficoltà di quest’ultima settimana ho pensato a lei. Senta, mi farebbe un favore?»

«La ascolterò», dissi. «Non prometto altro». Le smanie di quell’ometto nervoso cominciavano a inquietarmi.

Sul tavolino accanto a lui c’era un vassoio con da bere, e si preparò un whisky e soda bello forte. Lo buttò giù in tre sorsi e incrinò il bicchiere nel posarlo.

«Mi scusi», disse, «stasera ho i nervi un po’ scossi. Vede, il fatto è che in questo momento sono morto».

Mi sedetti in poltrona e accesi la pipa.

«Che cosa si prova?» domandai. Ero quasi certo di avere a che fare con un pazzo.

Un sorriso gli passò sul volto tirato. «Non sono pazzo – non ancora. Senta, signore, l’ho osservata, e credo che lei sia uno che sa mantenere il sangue freddo. Credo anche che sia un uomo onesto e che non abbia paura di rischiare. Ho intenzione di confidarmi con lei. Ho bisogno d’aiuto più di quanto ne abbia mai avuto bisogno nessuno, e voglio sapere se posso contare su di lei».

«Avanti, sentiamo la sua storia», dissi, «poi glielo dirò».

Sembrò raccogliersi per uno sforzo enorme, poi attaccò il racconto più strampalato che avessi mai sentito. Dapprincipio non ci capii molto, e dovetti interromperlo per fargli delle domande. Ma ecco il succo della storia:

Era americano, del Kentucky, e dopo l’università, avendo buoni mezzi, si era messo in viaggio per vedere il mondo. Scriveva un po’, faceva il corrispondente di guerra per un giornale di Chicago e aveva trascorso un anno o due nell’Europa sudorientale. Capii che era un bravo poliglotta e che aveva imparato a conoscere piuttosto bene la società di quelle parti. Parlava con familiarità di molte persone i cui nomi ricordavo di aver letto sui giornali.

Aveva bazzicato la politica, mi disse, dapprima per il gusto della cosa, poi perché non poteva farne a meno. Mi parve un tipo sveglio e irrequieto, sempre deciso ad andare alla radice delle cose. Aveva scavato un po’ più a fondo di quanto avrebbe voluto.

Riferisco quel che mi disse per come riuscii a capirlo. Ben dietro tutti i governi e gli eserciti era all’opera un vasto movimento sotterraneo, manovrato da gente molto pericolosa. Ci si era imbattuto per caso; ne era rimasto affascinato; si era spinto oltre, e poi ci era rimasto preso. Ne ricavai che la maggior parte di quelli che ne facevano parte erano anarchici colti, del genere che fa le rivoluzioni, ma che accanto a loro c’erano finanzieri che agivano per denaro. Un uomo astuto può ricavare grandi profitti da un mercato al ribasso, e mettere l’Europa a soqquadro faceva comodo a entrambe le categorie.

Mi raccontò strane cose che chiarivano molti punti per me oscuri – fatti della guerra balcanica, come uno Stato avesse improvvisamente preso il sopravvento, perché si stringessero e si rompessero alleanze, perché certi uomini sparissero e da dove arrivasse il denaro per la guerra. L’obiettivo dell’intera congiura era mettere ai ferri corti la Russia e la Germania.

Quando gli chiesi perché, rispose che gli anarchici pensavano che così sarebbe arrivata la loro occasione. Tutto sarebbe finito nel crogiolo, e loro si aspettavano di vederne uscire un mondo nuovo. I capitalisti avrebbero rastrellato sicli e fatto fortuna comprando i rottami. Il capitale, disse, non aveva né coscienza né patria. E poi, dietro c’era l’ebreo, e l’ebreo odiava la Russia più dell’inferno.

«E se ne stupisce?» esclamò. «Da trecento anni li perseguitano, e questa è la rivincita per i pogrom. L’ebreo è dappertutto, ma per trovarlo bisogna scendere ben giù per le scale di servizio. Prenda una qualunque grande impresa teutonica. Se ha affari da trattare, il primo che incontra è il principe von und zu Qualcosa, un giovane elegante che parla un inglese da Eton e Harrow. Ma quello non conta nulla. Se l’affare è grosso, lei va oltre e trova un vestfaliano dalla mandibola sporgente, dalla fronte sfuggente e dai modi di un maiale. È l’uomo d’affari tedesco che fa tremare i vostri giornali inglesi. Ma se si tratta di un affare dei più grossi e lei deve per forza arrivare al vero padrone, può scommettere dieci contro uno che si troverà davanti a un piccolo ebreo dalla faccia bianca, su una carrozzella, con lo sguardo di un serpente a sonagli. Sì, signore, è lui l’uomo che in questo momento governa il mondo, e ce l’ha a morte con l’Impero dello zar perché gli hanno violentato la zia e frustato il padre in un qualche paesucolo sul Volga».

Non potei fare a meno di osservare che quei suoi ebrei anarchici sembravano essere rimasti un po’ indietro.

«Sì e no», disse. «Fino a un certo punto l’hanno avuta vinta, ma si sono imbattuti in qualcosa di più grande del denaro, qualcosa che non si poteva comprare: gli antichi, elementari istinti bellicosi dell’uomo. Quando si rischia di essere ammazzati, ci s’inventa una qualche bandiera e una patria per cui combattere, e se si sopravvive ci si affeziona. Quegli sciocchi di soldati hanno trovato qualcosa a cui tengono, e così è saltato il bel piano escogitato a Berlino e a Vienna. Ma i miei amici sono ancora ben lontani dall’aver giocato l’ultima carta. Hanno l’asso nella manica, e se non riesco a restare vivo per un mese lo giocheranno e vinceranno».

«Ma credevo che fosse morto», intervenni.

«Mors janua vitae», disse sorridendo. (Riconobbi la citazione: era quasi tutto il latino che sapevo.) «Ora ci arrivo, ma prima devo spiegarle un bel po’ di cose. Se legge i giornali, immagino che conosca il nome di Constantine Karolides?»

A quelle parole mi raddrizzai sulla poltrona: avevo letto di lui proprio quel pomeriggio.

«È lui che ha mandato all’aria tutti i loro piani. È l’unico gran cervello dell’intera faccenda, e per giunta è anche un uomo onesto. Perciò è già da dodici mesi che l’hanno messo nel mirino. L’ho scoperto – non che fosse difficile, perché qualunque imbecille poteva arrivarci. Ma ho scoperto anche come intendevano eliminarlo, e saperlo era un pericolo mortale. Ecco perché ho dovuto passare a miglior vita».

Bevve ancora, e questa volta fui io stesso a preparargli il bicchiere, perché quel tipo cominciava a interessarmi.

«Nel paese di Karolides non riescono a eliminarlo, perché lo protegge una scorta di epiroti che scuoierebbero le loro stesse nonne. Ma il 15 giugno verrà qui in città. Il ministero degli Esteri britannico ha preso l’abitudine di organizzare ricevimenti internazionali per il tè, e il più importante è fissato proprio per quella data. Ora, Karolides è considerato l’ospite principale, e se le cose andranno come vogliono i miei amici non tornerà mai più fra i compatrioti che lo ammirano».

«Be’, questo almeno è semplice», dissi. «Lo può avvertire e farlo restare a casa».

«E fare il loro gioco?» chiese seccamente. «Se Karolides non viene, vincono loro, perché è l’unico uomo capace di sbrogliare la matassa. E se il governo greco viene avvertito, Karolides non verrà, perché non sa quanto sarà alta la posta il 15 giugno».

«E il governo britannico?» dissi. «Non lasceranno certo assassinare i loro ospiti. Dia loro una soffiata, e prenderanno qualche precauzione in più».

«Non serve. Potrebbero riempire la sua città di agenti in borghese e raddoppiare la polizia, ma Constantine sarebbe comunque un uomo condannato. I miei amici non giocano per quattro caramelle. Vogliono una grande occasione per eliminarlo, con gli occhi di tutta Europa puntati addosso. Sarà assassinato da un austriaco, e non mancheranno le prove della connivenza dei pezzi grossi di Vienna e Berlino. Naturalmente sarà tutta una maledetta menzogna, ma agli occhi del mondo le apparenze saranno abbastanza compromettenti. Non sono chiacchiere a vuoto, amico mio. Si dà il caso che conosca ogni particolare di quella macchina infernale, e posso assicurarle che sarà la più perfetta canagliata dai tempi dei Borgia. Ma il colpo fallirà se il 15 giugno ci sarà ancora in vita, proprio qui a Londra, un certo uomo che conosce gli ingranaggi della faccenda. E quell’uomo sarà il suo servitore, Franklin P. Scudder».

L’ometto cominciava a piacermi. Le mascelle gli si erano serrate come una trappola per topi, e nei suoi occhi penetranti ardeva il fuoco della battaglia. Se mi stava rifilando una frottola, sapeva recitarla bene.

«Dove è venuto a sapere tutto questo?» chiesi.

«Ho avuto il primo indizio in una locanda sull’Achensee, in Tirolo. È stato quello a spingermi a indagare, e ho raccolto gli altri indizi in un negozio di pellicce nel quartiere galiziano di Buda, in un circolo per stranieri a Vienna e in una piccola libreria in una traversa della Racknitzstrasse, a Lipsia. Le ultime prove le ho raccolte dieci giorni fa a Parigi. Non posso darle tutti i particolari adesso, perché è una storia piuttosto lunga. Quando ho avuto la certezza assoluta, ho pensato che fosse mio dovere sparire, e sono arrivato qui facendo un giro davvero singolare. Ho lasciato Parigi nei panni di un giovane francoamericano azzimato e sono salpato da Amburgo come mercante ebreo di diamanti. In Norvegia ero uno studioso inglese di Ibsen che raccoglieva materiale per delle conferenze, ma quando ho lasciato Bergen ero un uomo del cinema con dei film speciali sullo sci. E sono arrivato qui da Leith con in tasca un mucchio di proposte sul legname da cellulosa, da sottoporre ai giornali di Londra. Fino a ieri credevo di aver confuso un po’ le mie tracce e mi sentivo piuttosto contento. Poi…»

Il ricordo parve turbarlo, e buttò giù altro whisky.

«Poi ho visto un uomo fermo in strada davanti a questo palazzo. Me ne stavo chiuso in camera tutto il giorno e uscivo soltanto dopo il tramonto, per un’ora o due. L’ho osservato per un po’ dalla finestra e mi è sembrato di riconoscerlo… È entrato e ha parlato col portiere… Quando ieri sera sono tornato dalla passeggiata, ho trovato un biglietto da visita nella cassetta delle lettere. Portava il nome dell’uomo che meno di ogni altro vorrei incontrare sulla faccia della terra».

A convincermi definitivamente della sua sincerità furono, credo, lo sguardo del mio compagno e il terrore nudo e crudo che gli si leggeva in faccia. La mia voce si fece un po’ più secca quando gli chiesi che cosa avesse fatto dopo.

«Ho capito che ero imbottigliato, proprio come un’aringa sottaceto, e che c’era una sola via d’uscita. Dovevo morire. Se i miei inseguitori mi avessero saputo morto, sarebbero tornati a dormire sonni tranquilli».

«Come ha fatto?»

«Ho detto all’uomo che mi serve che stavo piuttosto male, e mi sono conciato in modo da sembrare in punto di morte. Non è stato difficile, perché coi travestimenti non sono certo l’ultimo arrivato. Poi mi sono procurato un cadavere – a Londra, se si sa dove andare, se ne trova sempre uno. L’ho portato a casa in un baule sul tetto di una carrozza a quattro ruote, e ho dovuto farmi aiutare a salire le scale fino in camera. Capisce, dovevo mettere insieme un po’ di prove per l’inchiesta. Mi sono messo a letto, ho chiesto al mio uomo di prepararmi un sonnifero, poi gli ho detto di andarsene. Voleva andare a chiamare un dottore, ma ho imprecato un po’ e gli ho detto che non potevo soffrire quelle sanguisughe. Quando sono rimasto solo, mi sono messo a camuffare il cadavere. Era della mia statura e ho pensato che fosse morto per il troppo alcol, così ho sistemato degli alcolici a portata di mano. La mascella era il punto debole della somiglianza, così gliel’ho fatta saltare con un colpo di rivoltella. Probabilmente domani ci sarà qualcuno che giurerà di aver sentito uno sparo, ma sul mio piano non ho vicini, e ho pensato di poter correre il rischio. Così ho lasciato il corpo a letto, vestito del mio pigiama, con una rivoltella sulle coperte e un bel macello tutt’intorno. Poi ho indossato un vestito che tenevo pronto per le emergenze. Non ho osato radermi per paura di lasciare tracce, e d’altronde era del tutto inutile che tentassi di uscire in strada. Avevo pensato a lei per tutto il giorno, e mi sembrava che non ci fosse altro da fare se non rivolgermi a lei. Sono rimasto alla finestra a guardare finché non l’ho vista tornare a casa, poi sono scivolato giù per le scale per venirle incontro… Ecco, signore, credo che adesso di questa faccenda ne sappia quanto me».

Se ne stava seduto sbattendo le palpebre come un gufo, agitato dai nervi eppure animato da una disperata determinazione. Ormai ero quasi del tutto convinto che fosse sincero con me. Era una storia da non credere, ma in vita mia avevo sentito molti racconti inverosimili che poi si erano rivelati veri, e mi ero abituato a giudicare l’uomo anziché la storia. Se avesse voluto farsi ospitare nel mio appartamento per poi tagliarmi la gola, mi avrebbe raccontato una storia meno stravagante.

«Mi dia la chiave», dissi, «e andrò a dare un’occhiata al cadavere. Mi scusi per la prudenza, ma devo pur controllare qualcosa, se posso».

Scosse tristemente la testa. «Immaginavo che me l’avrebbe chiesta, ma non ce l’ho. È sulla toeletta, attaccata alla mia catenella. Ho dovuto lasciarla lì, perché non potevo lasciare indizi che suscitassero sospetti. I gentiluomini che mi danno la caccia sono tipi dall’occhio piuttosto fino. Per stanotte dovrà fidarsi di me, e domani le prove di questa storia del cadavere le avrà senz’altro».

Riflettei un istante o due. «Bene. Per stanotte mi fiderò di lei. La chiuderò in questa stanza e terrò io la chiave. Una parola sola, Mr Scudder. Credo che lei sia onesto, ma se così non fosse l’avverto che con la pistola ci so fare».

«Certo», disse, balzando in piedi con una certa vivacità. «Non ho il piacere di conoscere il suo nome, signore, ma mi lasci dire che lei è un galantuomo. Le sarei grato se mi prestasse un rasoio».

Lo portai in camera mia e lo lasciai fare. Mezz’ora dopo ne uscì una figura che quasi non riconobbi. Solo i suoi occhi penetranti e affamati erano rimasti gli stessi. Era rasato di fresco, aveva la riga in mezzo e si era spuntato le sopracciglia. Inoltre aveva il portamento di chi ha fatto l’addestramento militare ed era il ritratto perfetto, fin nella carnagione bruna, di un ufficiale britannico che avesse soggiornato a lungo in India. Aveva anche un monocolo, che si sistemò all’occhio, e nel suo modo di parlare non restava più nulla d’americano.

«Perbacco! Mr Scudder –» balbettai.

«Non Mr Scudder», mi corresse; «capitano Theophilus Digby, del 40º Gurkha, attualmente in patria in licenza. Le sarò grato se vorrà ricordarsene, signore».

Gli preparai un letto nella mia stanza da fumo e me ne andai a dormire, più allegro di quanto fossi stato nell’ultimo mese. Ogni tanto qualcosa succedeva davvero, perfino in quella metropoli dimenticata da Dio.

La mattina dopo mi svegliai al baccano indiavolato che il mio domestico, Paddock, stava facendo alla porta della stanza da fumo.

Paddock era uno a cui avevo dato una mano laggiù sul Selakwe, e appena arrivato in Inghilterra l’avevo arruolato come mio domestico. Aveva più o meno la parlantina di un ippopotamo e come cameriere personale non era un granché, ma sapevo di poter contare sulla sua fedeltà.

«Smettila con quel baccano, Paddock», dissi. «C’è un mio amico, il capitano – il capitano» (non riuscivo a ricordare il nome) «che dorme lì dentro. Prepara la colazione per due, poi vieni a parlarmi».

Raccontai a Paddock una bella storia: il mio amico era un gran personaggio, con i nervi malridotti per il troppo lavoro, e aveva bisogno di quiete e riposo assoluti. Nessuno doveva sapere che era lì, altrimenti lo avrebbero tempestato di comunicazioni dal ministero per l’India e dal primo ministro, e la cura sarebbe andata a monte. Devo dire che Scudder stette al gioco a meraviglia quando venne a colazione. Squadrò Paddock attraverso il monocolo, proprio come un ufficiale britannico, gli fece domande sulla guerra anglo-boera e mi buttò lì un mucchio di chiacchiere su amici immaginari. Non c’era verso d’insegnare a Paddock a chiamarmi «signore», ma a Scudder dava del «signore» come se ne andasse della sua vita.

Lo lasciai con il giornale e una scatola di sigari e andai nella City fino all’ora di pranzo. Al mio ritorno l’ascensorista aveva un’aria d’importanza.

«Brutta storia qui stamattina, signore. Il signore del numero 15 s’è sparato. L’hanno appena portato all’obitorio. La polizia è su adesso».

Salii al numero 15 e trovai due sbirri e un ispettore intenti a fare un sopralluogo. Feci qualche domanda idiota, e mi mandarono via in fretta. Poi rintracciai l’uomo che faceva da cameriere personale a Scudder e lo feci parlare, ma vidi che non sospettava nulla. Era un tipo lamentoso, con una faccia da funerale, e mezza corona lo consolò parecchio.

Il giorno dopo assistei all’inchiesta. Un socio di una casa editrice testimoniò che il defunto gli aveva portato proposte sulla pasta di cellulosa e che, a suo parere, era il rappresentante di una ditta americana. La giuria concluse che si trattava di suicidio commesso in stato d’infermità mentale, e i pochi effetti personali furono consegnati al console americano perché se ne occupasse. Riferii a Scudder l’intera faccenda, che lo interessò moltissimo. Disse che avrebbe voluto assistere all’inchiesta, perché a suo giudizio sarebbe stato più o meno altrettanto gustoso che leggersi il proprio necrologio.

I primi due giorni che trascorse con me in quella stanza sul retro fu molto tranquillo. Leggeva e fumava un po’, prendeva un mucchio d’appunti su un taccuino, e ogni sera facevamo una partita a scacchi, in cui mi batteva clamorosamente. Credo che stesse rimettendo in sesto i nervi, perché aveva passato un periodo piuttosto duro. Ma il terzo giorno vidi che cominciava a mostrarsi irrequieto. Si preparò un elenco dei giorni che mancavano al 15 giugno e li spuntava uno per uno con una matita rossa, annotandovi accanto osservazioni in stenografia. Mi capitava di trovarlo immerso nei suoi pensieri, con quegli occhi acuti e assenti, e dopo quei momenti di meditazione era spesso molto abbattuto.

Poi vidi che ricominciava a stare sulle spine. Tendeva l’orecchio a ogni minimo rumore e mi domandava di continuo se ci si potesse fidare di Paddock. Una volta o due fu molto scontroso e se ne scusò. Non gliene facevo una colpa. Gli riconoscevo tutte le attenuanti, perché si era assunto un compito piuttosto arduo.

A inquietarlo non era la propria incolumità, ma la riuscita del piano che aveva ideato. Quell’ometto aveva coraggio fin nel midollo, senza un punto debole. Una sera si fece molto serio.

«Senta, Hannay», disse, «credo che dovrei metterla un po’ più al corrente di questa faccenda. Mi dispiacerebbe morire senza lasciare qualcun altro a continuare la battaglia». E cominciò a raccontarmi nei particolari ciò di cui fino ad allora mi aveva parlato solo vagamente.

Non gli prestai molta attenzione. A dire il vero, mi interessavano più le sue avventure personali che la sua alta politica. Ritenevo che Karolides e le sue faccende non fossero affar mio e lasciavo che se ne occupasse lui. Così molte delle cose che disse mi uscirono del tutto di mente. Ricordo che su un punto fu molto chiaro: il pericolo per Karolides sarebbe cominciato soltanto quando fosse arrivato a Londra, e sarebbe venuto dalle più alte sfere, dove nessuno avrebbe pensato di nutrire sospetti. Fece il nome di una donna – Julia Czechenyi – che aveva a che fare con quel pericolo. Da quel che capii, avrebbe fatto da esca per sottrarre Karolides alla sorveglianza delle sue guardie. Parlò anche di una certa Black Stone e di un uomo che parlava con la esse blesa, e descrisse con gran precisione una persona che non nominava mai senza un brivido – un vecchio dalla voce giovane, capace di velarsi gli occhi come un falco.

Parlò molto anche della morte. Aveva un’ansia terribile di portare a buon fine il suo compito, ma della propria vita non gl’importava un fico secco.

«Credo che sia come addormentarsi quando si è sfiniti e svegliarsi in una giornata d’estate, col profumo del fieno che entra dalla finestra. Un tempo, laggiù nella regione del Bluegrass, ringraziavo Dio per mattine come quelle, e credo che Lo ringrazierò quando mi sveglierò sull’altra riva del Giordano».

Il giorno dopo era molto più allegro e passò gran parte del tempo a leggere la biografia di Stonewall Jackson. Io andai a cena con un ingegnere minerario che dovevo vedere per affari e tornai verso le dieci e mezzo, in tempo per la nostra partita a scacchi prima di coricarci.

Ricordo che avevo un sigaro in bocca quando spinsi la porta della stanza da fumo. Le luci erano spente, e mi parve strano. Mi chiesi se Scudder fosse già andato a letto.

Premetti l’interruttore, ma non c’era nessuno. Poi vidi qualcosa nell’angolo più lontano che mi fece lasciar cadere il sigaro e sudare freddo.

Il mio ospite giaceva supino, con le membra scomposte. Un lungo coltello gli trapassava il cuore e lo inchiodava al pavimento.


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