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Copertina del libro «L’albergo stregato» di Wilkie Collins

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L’albergo stre­ga­to

Di Wilkie Collins

Classico di pubblico dominio di Wilkie Collins · Nuova traduzione a cura di NovelSpell

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L’albergo stre­ga­to

Wilkie Collins

Capitolo 1

Nel 1860 la fama del dottor Wybrow, medico londinese, toccò il culmine. Secondo fonti attendibili, percepiva uno dei redditi più cospicui mai ricavati in tempi moderni dall’esercizio della medicina.

Un pomeriggio, sul finire della stagione mondana londinese, il dottore aveva appena pranzato dopo una mattinata di lavoro particolarmente faticosa nel suo studio, e per il resto della giornata lo attendeva una temibile lista di visite a domicilio – quando il domestico annunciò che una signora desiderava parlargli.

«Chi è?» domandò il dottore. «Una sconosciuta?»

«Sì, dottore».

«Fuori dell’orario delle visite non ricevo sconosciuti. Dille qual è l’orario e mandala via».

«Gliel’ho detto, dottore».

«Ebbene?»

«E non vuole andarsene».

«Non vuole andarsene?» Il dottore sorrise nel ripetere quelle parole. Aveva un suo senso dell’umorismo; e c’era nella situazione un lato assurdo che lo divertiva alquanto. «Questa signora ostinata ti ha detto il suo nome?» domandò.

«No, dottore. Si è rifiutata di dire come si chiama – ha detto che non le avrebbe portato via nemmeno cinque minuti e che la faccenda era troppo importante per aspettare fino a domani. È là nello studio; e come farla uscire di lì, proprio non lo so».

Il dottor Wybrow rifletté un momento. La sua conoscenza delle donne (sul piano professionale) si fondava sull’esperienza maturata in oltre trent’anni; ne aveva incontrate di ogni genere – soprattutto di quel genere che non conosce il valore del tempo e non esita mai a farsi scudo dei privilegi del proprio sesso. Un’occhiata all’orologio gli fece capire che doveva presto iniziare il giro di visite ai pazienti che lo aspettavano nelle loro case. Decise senz’altro di adottare l’unica condotta ragionevole in quelle circostanze. In altre parole, decise di darsi alla fuga.

«La carrozza è davanti alla porta?» domandò.

«Sì, dottore».

«Benissimo. Aprimi la porta di casa senza far rumore e lascia alla signora il possesso indisturbato dello studio. Quando si sarà stancata di aspettare, sai che cosa dirle. Se domanda quando dovrei tornare, dille che ceno al circolo e passo la serata a teatro. Adesso piano, Thomas! Se ti scricchiolano le scarpe, sono un uomo perduto».

Passò senza far rumore nell’ingresso, seguito dal domestico in punta di piedi.

La signora nello studio aveva forse intuito le sue intenzioni? Oppure le scarpe di Thomas avevano scricchiolato, e lei aveva un udito insolitamente fine? Qualunque sia la spiegazione, su ciò che accadde non vi è alcun dubbio. Proprio mentre il dottor Wybrow passava davanti allo studio, la porta si aprì – la signora apparve sulla soglia – e gli posò una mano sul braccio.

«La supplico, signore, di non andarsene senza avermi prima permesso di parlarle».

L’accento era straniero; il tono basso e fermo. Le dita si strinsero con delicatezza, eppure con decisione, sul braccio del dottore.

Né le parole né il gesto lo disposero minimamente ad accogliere la richiesta. A fermarlo all’istante, mentre si avviava alla carrozza, fu il silenzioso potere del volto della donna. Il sorprendente contrasto fra il pallore cadaverico della carnagione e la vita e la luce prepotenti dei grandi occhi neri, il loro scintillio metallico, lo tenne letteralmente ammaliato. Vestiva di scuro, con gusto impeccabile; era di media statura e (in apparenza) di mezza età – diciamo un anno o due oltre i trenta. I lineamenti della parte inferiore del viso – il naso, la bocca e il mento – avevano quella finezza e delicatezza di forme che si riscontrano più spesso nelle donne di stirpe straniera che in quelle di nascita inglese. Era indubbiamente una bella donna – con l’unico grave difetto di quel colorito cadaverico e con quello, meno evidente, della totale assenza di tenerezza nell’espressione degli occhi. A parte il primo moto di sorpresa, il sentimento che la donna suscitò nel dottore si potrebbe definire una prepotente curiosità professionale. Il caso avrebbe potuto rappresentare una novità assoluta nella sua esperienza professionale. «Si direbbe di sì», pensò; «e vale la pena di aspettare».

Si accorse di aver suscitato in lui una forte impressione, quale che ne fosse la natura, e gli lasciò andare il braccio.

«Ha confortato molte donne infelici, nella sua vita», disse. «Ne conforti un’altra, oggi».

Senza aspettare risposta, tornò per prima nello studio.

Il dottore la seguì e chiuse la porta. La fece sedere sulla sedia dei pazienti, di fronte alle finestre. Persino a Londra, in quel pomeriggio d’estate, il sole splendeva di una luce abbagliante. La luce radiosa si riversava su di lei. I suoi occhi la sostenevano senza battere ciglio, con la fermezza d’acciaio degli occhi di un’aquila. La pelle liscia, senza rughe, appariva più spaventosamente bianca che mai. Per la prima volta dopo molti lunghi anni, il dottore sentì il battito accelerare in presenza di una paziente.

Ora che si era assicurata l’attenzione del dottore, sembrava, stranamente, non avere nulla da dirgli. Una singolare apatia pareva essersi impadronita di quella donna risoluta. Costretto a parlare per primo, il dottore si limitò a domandarle, con la formula di rito, che cosa potesse fare per lei.

Il suono della sua voce parve riscuoterla. Ancora con gli occhi fissi sulla luce, disse bruscamente: «Ho una domanda penosa da farle».

«Quale?»

Il suo sguardo si spostò lentamente dalla finestra al volto del dottore. Senza il minimo segno esteriore di agitazione, formulò la «domanda penosa» in questi straordinari termini:

«Vorrei sapere, per cortesia: corro il rischio di impazzire?»

Alcuni avrebbero potuto divertirsi, altri allarmarsi. Il dottor Wybrow provò soltanto un senso di delusione. Era questo il raro caso che si era immaginato, giudicando avventatamente dalle apparenze? La nuova paziente era soltanto un’ipocondriaca che soffriva di stomaco e aveva la sventura di essere debole di cervello? «Perché viene da me?» domandò seccamente. «Perché non consulta un medico specializzato nella cura dei malati di mente?»

La risposta fu immediata.

«Non vado da un medico del genere», disse, «proprio perché è uno specialista: un medico simile ha la funesta abitudine di giudicare tutti secondo schemi e regole stabiliti da lui stesso. Vengo da lei, perché il mio caso esula da ogni schema e da ogni regola, e perché lei è celebre nella sua professione per la capacità di svelare i misteri delle malattie. È soddisfatto?»

Era più che soddisfatto – la sua prima idea era stata quella giusta, dopotutto. Inoltre, la donna era ben informata sulla sua reputazione professionale. La dote che gli aveva procurato fama e fortuna era la capacità (senza pari fra i suoi colleghi) di individuare le malattie più nascoste.

«Sono a sua disposizione», rispose. «Vediamo se riesco a scoprire che cosa ha».

La interrogò sul suo stato di salute. Le risposte furono pronte e chiare e condussero a un’unica conclusione: la sconosciuta godeva di ottima salute, tanto mentale quanto fisica. Non si accontentò delle domande: esaminò con cura i principali organi vitali. Né la mano né lo stetoscopio riuscirono a rilevare alcuna anomalia. Con l’ammirevole pazienza e dedizione alla propria arte che lo avevano distinto fin da quando era studente, continuò a sottoporla a una prova dopo l’altra. Il risultato era sempre lo stesso. Non solo non vi era alcuna tendenza a malattie cerebrali – non vi era nemmeno un’alterazione percettibile del sistema nervoso. «Non riesco a trovarle nulla che non vada», disse. «Non so neppure spiegarmi lo straordinario pallore della sua carnagione. Mi lascia del tutto perplesso».

«Il pallore della mia carnagione non è nulla», rispose con una punta d’impazienza. «Da giovane sono scampata per un soffio alla morte per avvelenamento. Da allora non ho più avuto colore in viso – e ho la pelle così delicata che non posso truccarmi senza che mi venga un’orribile eruzione cutanea. Ma questo non ha importanza. Volevo da lei un parere sicuro. Credevo in lei, e mi ha delusa». Abbassò il capo sul petto. «E così finisce!» disse a se stessa con amarezza.

Il dottore ne fu toccato. Forse sarebbe più esatto dire che il suo orgoglio professionale ne rimase un poco ferito. «Può ancora finire bene», osservò, «se è disposta ad aiutarmi».

Rialzò lo sguardo, con un lampo negli occhi. «Parli chiaro», disse. «Come posso aiutarla?»

«Per parlar chiaro, signora, lei mi si presenta come un enigma e lascia a me il compito di indovinarne la soluzione con le sole risorse della mia arte. La mia arte può molto, ma non tutto. Per esempio, deve essere accaduto qualcosa – qualcosa del tutto estraneo al suo stato di salute fisica – che le ha fatto temere per se stessa, altrimenti non sarebbe mai venuta qui a consultarmi. È vero?»

Congiunse le mani in grembo. «È vero!» disse con slancio. «Comincio a credere di nuovo in lei».

«Benissimo. Non può aspettarsi che io scopra la causa psicologica del suo allarme. Posso stabilire con certezza che non c’è alcuna causa fisica di allarme; e (se non si confida con me) non posso fare di più».

Si alzò e fece qualche passo per la stanza. «E se glielo dicessi?» disse. «Ma, badi, non farò nomi!»

«Non occorre fare nomi. Mi bastano i fatti».

«I fatti non contano», replicò. «Non ho altro da confessarle che le mie impressioni – e molto probabilmente, quando le avrà sentite, mi prenderà per una sciocca con troppa fantasia. Non importa. Farò del mio meglio per accontentarla – comincerò dai fatti che vuole. Mi creda sulla parola: quelli non le saranno di grande aiuto».

Tornò a sedersi. Con le parole più semplici possibili, cominciò la confessione più strana e più folle che fosse mai giunta alle orecchie del dottore.


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