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Copertina del libro «Agnes Grey» di Anne Brontë

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Agnes Grey

Di Anne Brontë

Classico di pubblico dominio di Anne Brontë · Nuova traduzione a cura di NovelSpell

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Agnes Grey

Anne Brontë

Capitolo 1: La canonica

Tutte le storie vere racchiudono un insegnamento; in alcune, però, il tesoro può essere difficile da trovare e, una volta trovato, così esiguo che il gheriglio secco e raggrinzito ripaga appena la fatica di schiacciare la noce. Se sia questo il caso della mia storia, non mi sento in grado di giudicarlo. A volte penso che potrebbe risultare utile ad alcuni e piacevole ad altri; ma il mondo giudichi da sé. Protetta dal mio stesso anonimato, dal tempo trascorso e da qualche nome fittizio, non temo di arrischiarmi; ed esporrò con franchezza al pubblico ciò che non rivelerei neppure all’amico più intimo.

Mio padre era un ecclesiastico dell’Inghilterra settentrionale, meritatamente stimato da tutti coloro che lo conoscevano; in gioventù viveva piuttosto agiatamente grazie alle rendite congiunte di un modesto beneficio ecclesiastico e di una sua piccola ma fruttuosa proprietà. Mia madre, che lo aveva sposato contro il volere dei suoi, era figlia di un possidente e donna di carattere. Invano le fecero presente che, diventando la moglie del povero pastore, avrebbe dovuto rinunciare alla carrozza, alla cameriera personale e a tutti gli agi e le raffinatezze della ricchezza, che per lei erano quasi altrettante necessità della vita. Una carrozza e una cameriera personale erano grandi comodità; ma, grazie al cielo, aveva piedi per camminare e mani per provvedere ai propri bisogni. Una casa elegante e un vasto parco non erano da disprezzare; ma avrebbe preferito vivere in una casetta con Richard Grey piuttosto che in un palazzo con qualunque altro uomo al mondo.

Vedendo che gli argomenti non servivano a nulla, suo padre finì per dire ai due innamorati che potevano sposarsi, se così volevano; ma, facendolo, sua figlia avrebbe rinunciato fino all’ultima briciola della propria fortuna. Si aspettava che questo raffreddasse l’ardore di entrambi; ma si sbagliava. Mio padre conosceva troppo bene il valore straordinario di mia madre per non comprendere che lei stessa era un prezioso patrimonio: e, purché acconsentisse ad abbellire il suo umile focolare, sarebbe stato felice di accoglierla a qualunque condizione; mentre lei, dal canto suo, avrebbe preferito lavorare con le proprie mani piuttosto che essere separata dall’uomo che amava, la cui felicità sarebbe stata la sua gioia e che già le era unito nel cuore e nell’anima. Così la sua fortuna andò a ingrossare la borsa di una sorella più assennata, che aveva sposato un ricco nababbo; e lei, fra lo stupore e il pietoso rammarico di quanti la conoscevano, andò a seppellirsi nella modesta canonica di un villaggio fra le colline di ⸻. Eppure, nonostante tutto questo, nonostante la fierezza di mia madre e le bizzarrie di mio padre, credo che avreste potuto cercare per tutta l’Inghilterra senza trovare una coppia più felice.

Di sei figli, soltanto mia sorella Mary e io sopravvivemmo ai pericoli dell’infanzia e della prima fanciullezza. Io, più giovane di cinque o sei anni, ero sempre considerata la bambina e la beniamina della famiglia: padre, madre e sorella contribuivano tutti a viziarmi – non con sciocche indulgenze che mi rendessero capricciosa e indomabile, ma con continue premure che mi rendevano troppo incapace di badare a me stessa e troppo dipendente dagli altri – troppo impreparata a misurarmi con gli affanni e i travagli della vita.

Mary e io fummo allevate nel più completo isolamento. Mia madre, che univa a una raffinata educazione una vasta cultura e il gusto di tenersi occupata, si assunse per intero la nostra istruzione, a eccezione del latino – che mio padre s’incaricò d’insegnarci – cosicché non andammo mai neppure a scuola; e, poiché nei dintorni non c’era vita di società, i nostri soli contatti con il mondo consistevano, di tanto in tanto, in un solenne ricevimento per il tè con i principali agricoltori e commercianti della zona (giusto per evitare d’essere tacciati di troppa superbia per frequentare i nostri vicini), e in una visita annuale a casa del nonno paterno; dove lui, la nostra buona nonna, una zia nubile e due o tre signore e signori d’una certa età erano le uniche persone che vedessimo. A volte nostra madre ci divertiva con racconti e aneddoti della sua giovinezza che, mentre ci intrattenevano moltissimo, risvegliavano spesso – almeno in me – il segreto desiderio di vedere un po’ di più del mondo.

Pensavo che dovesse essere stata molto felice: eppure non sembrava mai rimpiangere il passato. Mio padre, invece, che per natura non aveva un’indole né tranquilla né allegra, si crucciava spesso oltre misura al pensiero dei sacrifici che la sua cara moglie aveva fatto per lui; e si lambiccava il cervello con infiniti progetti per accrescere il suo piccolo patrimonio, per amor suo e nostro. Invano mia madre gli assicurava d’essere pienamente soddisfatta e che, se soltanto avesse messo da parte qualcosa per le figlie, avremmo avuto tutti più che a sufficienza, per il presente e per l’avvenire: ma il risparmio non era il forte di mio padre. Non voleva fare debiti (almeno, mia madre badava bene che non ne facesse), ma finché aveva denaro doveva spenderlo: gli piaceva vedere la casa comoda, la moglie e le figlie ben vestite e ben accudite; inoltre era caritatevole e gli piaceva dare ai poveri secondo i propri mezzi: o, come qualcuno avrebbe potuto pensare, anche oltre.

Alla fine, però, un amico premuroso gli suggerì il modo di raddoppiare in un colpo solo il suo patrimonio personale e, in seguito, accrescerlo ancora in misura incalcolabile. Questo amico era un commerciante, uomo di spirito intraprendente e di indubbie capacità, le cui attività erano alquanto ostacolate dalla mancanza di capitali; ma si offrì generosamente di cedere a mio padre una congrua parte dei suoi profitti, se soltanto gli avesse affidato il denaro di cui poteva fare a meno; e riteneva di poter promettere con tutta sicurezza che qualunque somma avesse deciso di mettergli in mano gli avrebbe reso il cento per cento. La piccola proprietà fu presto venduta e l’intero ricavato venne affidato all’amico commerciante; il quale, con pari prontezza, si mise a imbarcare il carico e a preparare il viaggio.

Mio padre era entusiasta, e così tutti noi, delle prospettive sempre più rosee. Per il momento, è vero, eravamo ridotti alle modeste entrate dell’incarico di coadiutore; ma mio padre sembrava ritenere che non fosse necessario contenere scrupolosamente le nostre spese entro quei limiti; così, con un conto aperto da Mr Jackson, un altro da Smith e un terzo da Hobson, ce la passavamo ancor più comodamente di prima: benché mia madre sostenesse che avremmo fatto meglio a moderarci, perché le nostre prospettive di ricchezza erano pur sempre incerte; e che, se mio padre avesse affidato tutto alla sua amministrazione, non si sarebbe mai sentito alle strette: ma lui, per una volta, fu incorreggibile.

Quante ore felici abbiamo trascorso, Mary e io, sedute al lavoro accanto al fuoco, o vagando sulle colline coperte d’erica, o oziando sotto la betulla piangente (l’unico albero di una certa mole nel giardino), parlando della felicità futura nostra e dei nostri genitori, di ciò che avremmo fatto, visto e posseduto; senza che il nostro bell’edificio avesse fondamenta più salde delle ricchezze che ci aspettavamo affluissero nelle nostre mani grazie al successo delle speculazioni del degno commerciante. Nostro padre si lasciava andare quasi quanto noi; soltanto, faceva mostra di non prendere la cosa altrettanto sul serio: esprimeva le sue rosee speranze e fiduciose attese con battute e uscite scherzose che mi parevano sempre estremamente argute e piacevoli. Nostra madre rideva di gioia nel vederlo così fiducioso e felice: ma temeva comunque che riponesse troppe speranze in quella faccenda; e una volta, mentre usciva dalla stanza, la sentii sussurrare: «Dio voglia che non resti deluso! Non so come potrebbe sopportarlo».

Deluso lo fu; e amaramente, per giunta. La notizia che la nave su cui viaggiava la nostra fortuna era naufragata, inabissandosi con tutto il carico, diversi membri dell’equipaggio e lo stesso sventurato commerciante, fu per tutti noi un fulmine a ciel sereno. Mi addolorai per lui; mi addolorai per il crollo di tutti i nostri castelli in aria: ma, con la forza di reazione della giovinezza, mi ripresi presto dal colpo.

Per quanto la ricchezza avesse le sue attrattive, la povertà non incuteva timore a una ragazza inesperta come me. Anzi, a dire il vero, c’era qualcosa di esaltante nell’idea di trovarci alle strette e dover contare sulle nostre sole forze. Avrei soltanto voluto che papà, mamma e Mary fossero tutti del mio parere; allora, invece di lamentare le sventure passate, avremmo potuto metterci tutti allegramente all’opera per rimediarvi; e quanto maggiori fossero state le difficoltà, quanto più dure le privazioni del momento, tanto più lietamente avremmo dovuto sopportare queste ultime e con tanto più vigore affrontare le prime.

Mary non si lamentava, ma rimuginava di continuo sulla disgrazia e sprofondò in uno stato di abbattimento dal quale nessun mio sforzo riuscì a risollevarla. Non riuscivo in alcun modo a farle vedere il lato buono della situazione, come lo vedevo io: e in verità temevo tanto d’essere accusata di puerile leggerezza o di ottusa insensibilità che tenevo accuratamente per me la maggior parte delle mie idee fiduciose e dei miei pensieri incoraggianti; ben sapendo che non sarebbero stati apprezzati.

Mia madre pensava soltanto a consolare mio padre, pagare i nostri debiti e ridurre le spese con ogni mezzo possibile; ma mio padre era stato completamente sopraffatto dalla sventura: la salute, le forze e il morale cedettero sotto il colpo, e non li recuperò mai del tutto. Invano mia madre cercò di rincuorarlo facendo appello alla sua fede, al suo coraggio, all’affetto che nutriva per lei e per noi. Proprio quell’affetto era il suo maggior tormento: era per noi che aveva desiderato con tanto ardore accrescere il suo patrimonio – era il nostro bene ad aver dato tanta luce alle sue speranze e a rendere tanto amara la sua pena presente. Ora si tormentava con il rimorso per aver trascurato i consigli di mia madre, che almeno gli avrebbero risparmiato l’ulteriore fardello dei debiti – si rimproverava invano d’averla sottratta alla dignità, all’agio, al lusso della sua antica condizione, per farle condividere gli affanni e le fatiche della povertà. Era fiele e assenzio per la sua anima vedere quella splendida donna, tanto ricca di doti, un tempo così corteggiata e ammirata, trasformata in un’attiva e accorta donna di casa, con le mani e la mente continuamente occupate nelle faccende e nell’economia domestica. La sollecitudine stessa con cui assolveva quei doveri, la serenità con cui sopportava i rovesci di fortuna e la bontà che le impediva di muovergli il più piccolo rimprovero erano tutte cose che quell’ingegnoso artefice dei propri tormenti trasformava in ulteriori motivi di sofferenza. E così la mente logorava il corpo e sconvolgeva il sistema nervoso, che a sua volta accresceva i tormenti della mente, finché, per azione e reazione, la sua salute fu seriamente compromessa; e nessuno di noi riusciva a convincerlo che la nostra situazione non era neppure lontanamente così fosca, così del tutto disperata, come la sua immaginazione malata la dipingeva.

Il comodo faeton trainato dal pony fu venduto insieme al pony robusto e ben pasciuto – il nostro vecchio beniamino, che avevamo fermamente deciso dovesse finire i suoi giorni in pace, senza mai passare in altre mani; la piccola rimessa per carrozze e la scuderia furono date in affitto; il garzone e la più capace (che era anche la più costosa) delle due domestiche furono licenziati. I nostri abiti furono rattoppati, rivoltati e rammendati fino all’estremo limite del decoro; la nostra tavola, sempre semplice, divenne di una semplicità senza precedenti – salvo i piatti preferiti di mio padre; carbone e candele venivano economizzati con penosa parsimonia – le due candele si ridussero a una, e anche quella veniva usata pochissimo; il carbone era amministrato con cura nel focolare semivuoto: soprattutto quando mio padre era fuori per i suoi doveri parrocchiali o costretto a letto dalla malattia – allora sedevamo con i piedi sul parafuoco, ravvicinando di tanto in tanto le braci morenti e aggiungendo ogni tanto un po’ di polvere e qualche frammento di carbone, giusto per tenerle vive. Quanto ai tappeti, col tempo si consumarono fino a mostrare la trama e furono rattoppati e rammendati ancor più dei nostri abiti. Per risparmiare la spesa di un giardiniere, Mary e io ci incaricammo di tenere in ordine il giardino; e tutto il lavoro di cucina e di casa che una sola domestica non poteva sbrigare agevolmente era svolto da mia madre e da mia sorella, con un po’ d’aiuto da parte mia, ogni tanto: soltanto un po’, perché, sebbene ai miei occhi fossi una donna, ai loro ero ancora una bambina; e mia madre, come la maggior parte delle donne attive e capaci di mandare avanti una casa, non aveva ricevuto in dono figlie altrettanto attive: per questa ragione – che, essendo lei così abile e diligente, non era mai tentata di affidare ad altri le proprie faccende, ma anzi era ben disposta a fare e pensare per gli altri oltre che per se stessa; e, qualunque fosse il lavoro del momento, tendeva a credere che nessuno potesse sbrigarlo bene quanto lei: cosicché, ogni volta che mi offrivo di aiutarla, ricevevo risposte di questo genere: «No, tesoro, davvero non puoi – qui non c’è niente che tu possa fare. Va’ ad aiutare tua sorella, oppure convincila a fare una passeggiata con te – dille che non deve starsene tanto seduta e sempre chiusa in casa come fa – non c’è da stupirsi se è magra e abbattuta».

«Mary, mamma dice che devo aiutarti; oppure convincerti a fare una passeggiata con me; dice che non c’è da stupirsi se sei magra e abbattuta, visto che stai sempre seduta in casa».

«Aiutarmi non puoi, Agnes; e io non posso uscire con te – ho davvero troppo da fare».

«Allora lascia che ti aiuti».

«Davvero non puoi, cara bambina. Va’ a fare i tuoi esercizi di musica, oppure a giocare con la gattina».

C’era sempre molto da cucire; ma non mi avevano insegnato a tagliare neppure un indumento e, a parte orli e cuciture semplici, anche in quel campo sapevo fare ben poco; perché entrambe sostenevano che fosse molto più facile fare il lavoro da sé che prepararlo per me: inoltre preferivano vedermi proseguire gli studi o divertirmi – ci sarebbe stato tempo perché stessi curva sul cucito come una posata matrona, quando la mia cara gattina fosse diventata una tranquilla vecchia gatta. In simili circostanze, sebbene non fossi molto più utile della gattina, la mia oziosità non era del tutto ingiustificata.

In mezzo a tutti i nostri affanni, una volta sola sentii mia madre lamentarsi della mancanza di denaro. Con l’avvicinarsi dell’estate, osservò rivolgendosi a Mary e a me: «Che bella cosa sarebbe per vostro papà trascorrere qualche settimana in una stazione balneare. Sono convinta che l’aria di mare e un cambiamento d’ambiente gli farebbero un bene incalcolabile. Ma, vedete, non c’è denaro», aggiunse con un sospiro. Entrambe desideravamo moltissimo che fosse possibile e ci rammaricavamo tanto che non lo fosse. «Be’, be’!» disse. «Lamentarsi non serve. Forse, dopotutto, si potrebbe fare qualcosa per portare avanti il progetto. Mary, sei bravissima a disegnare. Che ne diresti di fare qualche altro quadro al meglio delle tue capacità, farli incorniciare insieme agli acquerelli che hai già fatto e cercare di venderli a qualche generoso mercante di quadri, che abbia il buon senso di riconoscerne i pregi?»

«Mamma, ne sarei felicissima, se credi che si possano vendere; e a un prezzo che ne valga la pena».

«In ogni caso vale la pena tentare, mia cara: tu prepara i disegni e io cercherò un acquirente».

«Vorrei poter fare qualcosa anche io», dissi.

«Tu, Agnes! Be’, chi sa? Anche tu disegni piuttosto bene: se scegli un soggetto semplice, credo proprio che riuscirai a fare qualcosa che saremo tutti fieri di mostrare».

«Ma ho in mente un altro progetto, mamma, e da molto tempo; soltanto non me la sentivo di parlarne».

«Davvero! Su, dicci di che si tratta».

«Mi piacerebbe fare l’istitutrice».

Mia madre emise un’esclamazione di sorpresa e rise. Mia sorella lasciò cadere il lavoro, sbalordita, esclamando: «Tu un’istitutrice, Agnes! Ma che cosa vai sognando?»

«Be’! Non vedo che cosa ci sia di tanto straordinario. Non pretendo di poter insegnare a ragazze grandi; ma certo potrei insegnare ai piccoli – e mi piacerebbe tanto – amo così tanto i bambini. Lasciamelo fare, mamma!»

«Ma, amore mio, non hai ancora imparato a badare a te stessa; e per occuparsi dei bambini piccoli occorrono più giudizio ed esperienza che per quelli più grandi».

«Ma, mamma, ho più di diciott’anni e sono perfettamente capace di badare a me stessa, e anche agli altri. Non conosci neppure la metà del senno e della prudenza che possiedo, perché non sono mai stata messa alla prova».

«Prova a pensarci», disse Mary, «che cosa faresti in una casa piena di estranei, senza me o mamma che parlino e agiscano per te – con una frotta di bambini a cui badare, oltre a te stessa; e nessuno a cui chiedere consiglio? Non sapresti nemmeno quali vestiti metterti».

«Pensate che, siccome faccio sempre quello che mi dite, io non abbia un giudizio mio: ma mettetemi alla prova – non chiedo altro – e vedrete che cosa so fare».

In quel momento entrò mio padre e gli fu spiegato l’argomento della nostra discussione.

«Come, la mia piccola Agnes istitutrice!» esclamò; e, nonostante il suo abbattimento, rise all’idea.

«Sì, papà, non metterti anche tu a fare obiezioni: mi piacerebbe tanto; e sono certa che me la caverei a meraviglia».

«Ma, tesoro mio, non potremmo fare a meno di te». E una lacrima gli brillò negli occhi mentre aggiungeva: «No, no! Con tutti i nostri guai, non siamo certo ancora ridotti a tanto».

«Oh, no!» disse mia madre. «Non c’è nessuna necessità di un simile passo; è soltanto un suo capriccio. Quindi devi tacere, monella; perché, sebbene tu sia così pronta a lasciarci, sai benissimo che non possiamo separarci da te».

Così fui messa a tacere per quel giorno e per molti dei successivi; ma non rinunciai del tutto al mio caro progetto. Mary prese il suo materiale da disegno e si mise al lavoro con costanza. Anch’io presi il mio; ma mentre disegnavo pensavo ad altro.

Come sarebbe stato bello fare l’istitutrice! Uscire nel mondo; cominciare una vita nuova; agire per conto mio; esercitare le mie facoltà rimaste inoperose; mettere alla prova le mie capacità ancora ignote; guadagnarmi da vivere e guadagnare qualcosa per dare conforto e aiuto a mio padre, a mia madre e a mia sorella, oltre a sollevarli dall’onere di provvedere al mio vitto e al mio vestiario; mostrare a papà che cosa sapeva fare la sua piccola Agnes; convincere mamma e Mary che non ero proprio quell’essere incapace e sventato che credevano. E poi, che gioia vedersi affidare la cura e l’educazione dei bambini! Qualunque cosa dicessero gli altri, mi sentivo pienamente all’altezza del compito: il chiaro ricordo dei miei pensieri nella prima infanzia sarebbe stato una guida più sicura degli insegnamenti del più maturo dei consiglieri. Mi sarebbe bastato volgere il pensiero dai miei piccoli allievi a me stessa alla loro età e avrei saputo subito come conquistarne la fiducia e l’affetto: come destare il pentimento in chi aveva sbagliato; come infondere coraggio ai timidi e consolare gli afflitti; come rendere la Virtù praticabile, l’Istruzione desiderabile e la Religione amabile e comprensibile.

«– Dolce compito!

Insegnare al giovane pensiero a germogliare!»

Coltivare le tenere pianticelle e osservare i loro boccioli schiudersi giorno dopo giorno!

Spronata da tanti allettamenti, decisi di perseverare; benché il timore di dispiacere a mia madre o di addolorare mio padre mi trattenesse per diversi giorni dal tornare sull’argomento. Alla fine ne parlai di nuovo a mia madre in privato e, non senza difficoltà, ottenni che mi promettesse di adoperarsi per aiutarmi. Fu poi ottenuto il riluttante consenso di mio padre e allora, benché Mary continuasse a sospirare in segno di disapprovazione, la mia cara, buona madre cominciò a cercarmi un posto. Scrisse ai parenti di mio padre e consultò gli annunci sui giornali – con i propri aveva da tempo interrotto ogni rapporto: dal matrimonio in poi i contatti si erano sempre limitati a un formale e saltuario scambio di lettere, e in nessun caso si sarebbe rivolta a loro per una questione di questo genere. Ma i miei genitori erano vissuti tanto a lungo e in un isolamento così completo dal mondo che passarono molte settimane prima che si riuscisse a trovare un posto adatto. Alla fine, con mia grande gioia, fu stabilito che avrei preso in cura i figli piccoli di una certa Mrs Bloomfield; la mia buona e compassata zia Grey l’aveva conosciuta in gioventù e assicurava che era una donna molto amabile. Suo marito era un commerciante ritiratosi dagli affari, che aveva accumulato una fortuna assai ragguardevole; ma non si riuscì a persuaderlo a offrire all’istitutrice dei suoi figli un salario superiore a venticinque sterline. Io, tuttavia, fui ben lieta di accettare quella somma piuttosto che rifiutare il posto – soluzione, quest’ultima, che i miei genitori erano propensi a ritenere la migliore.

Ma occorreva dedicare ancora qualche settimana ai preparativi. Come mi parevano lunghe, come tediose, quelle settimane! Eppure furono, nel complesso, settimane felici – piene di luminose speranze e di ardenti attese. Con quale piacere tutto particolare aiutai a confezionare i miei abiti nuovi e, in seguito, a preparare i bauli! Ma a quest’ultima occupazione si mescolava anche un senso d’amarezza; e quando fu tutto finito – quando tutto era pronto per la mia partenza dell’indomani e si avvicinava l’ultima notte in casa – sentii il cuore gonfiarsi di un’angoscia improvvisa. I miei cari avevano un’aria tanto triste e mi parlavano con tanta dolcezza che trattenevo a stento le lacrime: ma continuavo a fingermi allegra. Avevo fatto l’ultimo giro con Mary nella brughiera, l’ultima passeggiata nel giardino e intorno alla casa; avevo dato da mangiare insieme a lei, per l’ultima volta, ai nostri amati colombi – le graziose creature che avevamo addomesticato perché beccassero il cibo dalle nostre mani: avevo accarezzato per l’ultima volta tutti quei dorsi sericei mentre si affollavano nel mio grembo. Avevo baciato teneramente quelli che prediligevo fra tutti, la coppia di colombi pavoncelli candidi come la neve; avevo suonato l’ultimo pezzo sul vecchio, familiare pianoforte e cantato l’ultima canzone per papà: non l’ultima, speravo, ma l’ultima per quello che mi sembrava un tempo lunghissimo. E forse, quando avessi fatto di nuovo quelle cose, avrei provato sentimenti diversi: le circostanze potevano cambiare e quella casa avrebbe potuto non essere mai più la mia dimora stabile.

La mia cara piccola amica, la gattina, sarebbe certo cambiata: stava già diventando una bella gatta; e al mio ritorno, fosse pure per una breve visita a Natale, molto probabilmente avrebbe dimenticato tanto la sua compagna di giochi quanto le sue allegre birichinate. Avevo ruzzato con lei per l’ultima volta; e quando accarezzavo il suo pelo morbido e lucente, mentre mi si addormentava in grembo facendo le fusa, lo facevo con una tristezza che non riuscivo facilmente a dissimulare. Poi, all’ora di coricarsi, quando mi ritirai con Mary nella nostra tranquilla cameretta, dove i miei cassetti erano già stati svuotati e la mia parte della libreria era vuota – e dove, d’allora in poi, avrebbe dovuto dormire sola, in una desolante solitudine, come diceva lei – mi sentii più avvilita che mai: mi parve d’essere stata egoista e d’aver avuto torto a insistere per lasciarla; e quando m’inginocchiai ancora una volta accanto al nostro lettino, invocai una benedizione su di lei e sui miei genitori con un fervore mai provato prima. Per nascondere l’emozione, affondai il viso fra le mani, che ben presto si bagnarono di lacrime. Rialzandomi, mi accorsi che aveva pianto anche lei: ma nessuna delle due parlò; e in silenzio ci coricammo, stringendoci di più l’una all’altra al pensiero che così presto avremmo dovuto separarci.

Ma al mattino tornarono la speranza e il buonumore. Dovevo partire presto, perché il mezzo che mi portava (un calesse preso a nolo da Mr Smith, il commerciante di stoffe, droghiere e rivenditore di tè del villaggio) potesse tornare in giornata. Mi alzai, mi lavai, mi vestii, mandai giù in fretta la colazione, ricevetti gli affettuosi abbracci di mio padre, mia madre e mia sorella, baciai la gatta – con grande scandalo di Sally, la domestica – strinsi la mano a quest’ultima, salii sul calesse, mi abbassai il velo sul viso e allora, soltanto allora, scoppiai in un pianto dirotto. Il calesse proseguì; mi voltai a guardare; la mia cara madre e mia sorella erano ancora sulla porta, mi seguivano con lo sguardo e agitavano la mano per salutarmi. Ricambiai il loro saluto e pregai dal profondo del cuore che Dio le benedicesse: scendemmo la collina e non le vidi più.

«È una mattina freddina per lei, Miss Agnes», osservò Smith; «e anche bella buia; ma forse arriviamo laggiù prima che si metta a piovere sul serio».

«Sì, lo spero», risposi con tutta la calma di cui ero capace.

«Ne è venuta giù un bel po’ anche stanotte».

«Sì».

«Ma magari questo vento freddo la tiene lontana».

«Forse sì».

Qui finì il nostro colloquio. Attraversammo la valle e cominciammo a salire la collina di fronte. Mentre avanzavamo faticosamente, tornai a voltarmi; ecco la guglia della chiesa del villaggio e, dietro, la vecchia canonica grigia, che si crogiolava in un raggio obliquo di sole – non era che un raggio debole e pallido, ma il villaggio e le colline circostanti erano tutti immersi in un’ombra cupa, e accolsi quel raggio errante come un buon auspicio per la mia casa. A mani giunte invocai con fervore una benedizione sui suoi abitanti e mi voltai in fretta, perché vidi che la luce del sole si ritirava; ed evitai accuratamente di guardare ancora, per timore di vederla immersa in un’ombra cupa, come il resto del paesaggio.


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