Capitolo 1
Affrontarono a vela la Prova della Rookery in una limpida mattina al volgere della stagione. Per tutto il resto della sua vita, l’odore della canapa bagnata che si scaldava al sole riportò Jesse Martin su quel ponte, in quella luce, quando tutto era ancora da compiere.
Il Bacino delle Esercitazioni disegnava una curva verde sotto il muro meridionale della scuola, là dove la corrente entrava lenta e usciva ancora più lenta. Le barche della prova vennero tonneggiate una a una lontano dalla banchina di pietra. Sopra di loro, i Custodi delle Vie osservavano dalla terrazza, con i cappucci abbassati, facendo mostra della propria attenzione. Sotto, il molo era gremito di studenti che non erano stati scelti. Jesse era stato scelto come viene scelto il tempo: senza che nessuno decidesse davvero. Fin dal secondo anno, i maestri ricorrevano al suo nome quando volevano che una via fosse nominata in fretta. Un ragazzo impara presto a che cosa serve.
Jesse prese la barra del piccolo sloop. L’acqua prese la pala del timone. La sua lunga ombra attraversò le tavole, puntando indietro verso la scuola.
Alla cintura gli pendeva la corda delle leghe, una cima incatramata con nodi alle misure che le sue mani conoscevano al buio. L’aveva annodata durante il primo inverno e poi rifatta due volte. Sotto il pollice, il catrame era diventato nero e lucido. Il resto di ciò che portava non poteva pendere da una cintura: i due nomi di via completi, i nomi ai quali il Circuito del Laureato e il Passaggio di Longhook rispondevano nella Lingua Radice. Li possedeva perché aveva percorso per intero entrambe le vie con il proprio corpo, l’unico modo in cui chiunque potesse ottenerli. Aveva percorso a vela il Circuito del Laureato in tante prove ed esercitazioni da poterlo ripercorrere dietro le palpebre: fuori, intorno ai faraglioni della Rookery e alla boa esterna, poi di nuovo al bacino. Il Passaggio di Longhook l’aveva percorso l’estate precedente, ritto alla murata del traghetto pubblico nel buio, con il vento che arrivava dalle acque del nord, traversata dopo traversata, all’andata, al ritorno e poi ancora all’andata, perché un ragazzo che vuole diventare Custode delle Vie impara i nomi delle vie di cui nessun Custode delle Vie si dà pena.
Suonò la campana della partenza. La flotta s’inclinò tutta insieme e la prova ebbe inizio.
Christopher Anderson prese il comando prima dei faraglioni, senza fretta né la disperata finezza che gli altri profondevano. Anche visto da dietro, era un piacere guardarlo. Dove la marea aggirava il primo faraglione c’era un tratto, largo non più della lunghezza di una barca, in cui il gorgo correva nella direzione opposta; Jesse lo conosceva da due anni. Christopher vi infilò la prua nell’istante esatto in cui l’acqua cambiò, si lasciò trasportare e ne uscì dall’altro lato già in assetto per il nuovo vento, con la vela piena mentre quelle del resto della flotta sbattevano ancora sgonfie. La sua giacca non ebbe neppure un fremito. Sulla terrazza, un Custode delle Vie parlò a un altro. Entrambi annuirono, e quel cenno attraversò l’acqua più nitido di qualsiasi grido.
Jesse si spinse indietro i capelli con una mano bagnata e non imprecò.
Quello era il problema di Anderson: ricco, alto, sicuro di sé e disposto a lavorare. Per tutto l’inverno aveva portato fuori un barchino nelle ore di poca luce per imparare la marea al primo faraglione. Ora la fatica si nascondeva nella disinvoltura. Vista da fuori, la maestria aveva quell’aspetto, e il denaro ne comprava ancora.
All’altezza dei faraglioni della Rookery, la flotta si era sgranata: Anderson, Martin, un distacco, poi tutti gli altri.
Jesse percorse quel tratto meglio di quanto avrebbe mai saputo fare: si scrollò di dosso gli ultimi della flotta, rubò la lunghezza di una barca nel salto di vento al largo dell’isola bassa e si avvicinò alla testa ramata davanti a lui finché poté sentire lo scafo dell’altro faticare nell’acqua. Poi smise di guadagnare terreno. Anderson non gli restituì nulla. Il distacco tenne, inoppugnabile come un fatto.
Si tolse la corda dalla cintura e stese la cima ripiegata in due lungo il distacco, con un occhio chiuso, come un falegname che traguarda un’asse.
Due nodi. Due leghe d’acqua, all’incirca, fra la sua prua e il ragazzo al quale avrebbero consegnato il guidone.
Il resto del circuito non poteva divorare quel distacco. Jesse fece i calcoli a mente fredda; ogni approccio restituiva la stessa risposta. Il Circuito del Laureato correva intorno alla boa esterna e poi tornava al bacino, e non c’erano vento, marea né manovra marinaresca che potessero portarlo davanti ad Anderson prima dell’arrivo. Il percorso regolamentare lo avrebbe condotto al secondo posto. Al secondo posto proprio il giorno in cui i Custodi delle Vie erano usciti sulla terrazza con i cappucci abbassati.
La corda era ancora nelle sue mani. Il pollice aveva trovato il secondo nodo senza che lui glielo chiedesse.
Una via non era il terreno che aveva sotto, ma un corso dotato di nome, mutato dall’uso, dal tempo e dal lavoro. Pronunciandone correttamente il nome, la si poteva accorciare. Nessuna lunghezza svaniva; quanto veniva sottratto a una via doveva entrare in un’altra.
Due leghe separavano la sua prua da Anderson. Il Circuito del Laureato conteneva quella stessa lunghezza oltre il percorso più breve fra i propri estremi.
A nord-est della boa esterna, due perni di giunzione in ferro segnavano l’incrocio navigabile fra il Circuito del Laureato e il Passaggio di Longhook. Jesse possedeva entrambi i nomi correnti. Uno scafo fra quei due pali ben saldi poteva togliere due leghe alla via della scuola e caricarle su quella del traghetto.
I perni trattennero il suo sguardo. Poi Jesse mise la barra all’altra banda, puntò verso di essi e lasciò che la prova proseguisse senza di lui.
Gli costò subito. La barca di Anderson mantenne la rotta corretta verso la boa esterna e rimpicciolì; il distacco di due nodi si allargò fino a diventare irrecuperabile. Da una delle barche arretrate qualcuno gli gridò qualcosa, credendo che avesse valutato male la secca. Jesse agitò una mano senza guardare, e loro potevano prenderlo per un ringraziamento.
Con la virata, la sua ombra gli era girata davanti e ora si stendeva sull’acqua, precedendolo.
Orzò, fece sventare la vela e manovrò lo sloop verso l’acqua pallida. Un’operazione incauta poteva uccidere. Confrontò la forma presente del Circuito del Laureato con il nome che ne possedeva, svolta per svolta, come si confrontano una chiave e una serratura prima di forzarne il giro: l’imboccatura del bacino, i faraglioni, l’isola bassa, la boa esterna, il lungo rientro. Il nome rispose. Nessuna operazione aveva alterato la via dopo il suo ultimo passaggio; quello era ancora il nome corrente, ed era suo. Poi venne il Passaggio di Longhook, più difficile, perché dovette ricomporlo con un’intera estate di traversate notturne: la murata del traghetto fredda sotto gli avambracci, la lanterna che oscillava a poppa, le acque del nord, gli approdi sulle isole più lontane, dove le donne scendevano con i cesti e aspettavano nel buio. Anche quel nome rispose. Era il nome corrente, ed era suo.
Davanti a lui, la boa esterna s’inclinava nel moto ondoso. Anderson la doppiò con una manovra pulita e decisa, uscì dalla curva raddrizzandosi, con la flotta alle spalle e l’arrivo davanti, e decise la prova. Chiunque lo avesse guardato l’avrebbe detto. E lo dissero tutti. La terrazza si volse verso il bacino; le barche che avevano rinunciato a gareggiare seguirono Anderson e la lancia dei giudici virò verso l’arrivo. Tutti gli sguardi si rivolsero nello stesso istante verso il posto sbagliato, e il segreto non è mai stato altro che questo.
Nessuno guardava a nord-est, verso la secca, dove un ragazzo su uno sloop della scuola stava allineando lo scafo fra due pali di ferro.
Tenne la corda nella sinistra e la barra nella destra, e lasciò avanzare lo sloop.
In seguito ci fu chi volle che Jesse dicesse di non aver capito ciò che stava facendo. Non lo disse mai. Lo aveva capito fino in fondo. Sapeva che le due leghe sottratte al Circuito del Laureato dovevano finire sul Passaggio di Longhook, perché in questo consiste il trasferimento; sapeva che Longhook era la via del traghetto e che il traghetto era il mezzo con cui le isole del nord ricevevano la farina e la posta e portavano i bambini malati da un medico; sapeva che la traversata era già lunga. Aveva tutto ben chiaro: il traghetto, la farina e la posta, il bambino che aveva bisogno di un medico. Di fronte c’erano la testa ramata di Anderson che doppiava la boa, i Custodi delle Vie a capo scoperto e il proprio nome sulle loro labbra. Il primo piatto della bilancia non pesava nulla. Jesse aveva diciassette anni. Gli dicevano che era rapido fin da prima che sapesse leggere. Un ragazzo lodato per la sua velocità farà di tutto pur di non farsi vedere esitare, perfino da se stesso.
I perni si levarono ai suoi due lati, tanto vicini che Jesse vide la ruggine trasudare sotto la vernice bianca.
Attraversò la giunzione e, mentre l’attraversava, parlò.
Pronunciò per primo il nome del Circuito del Laureato, nella Lingua Radice, e stabilì per esso una perdita di due leghe. Il nome gli uscì in un unico lungo respiro, e farlo uscire richiese fatica, più di quanta gliene fosse mai costata qualsiasi altra parola; prima della fine gli doleva già la mascella. Poi, senza lasciarsi scorrere oltre l’acqua fra i perni, pronunciò il nome del Passaggio di Longhook e stabilì per esso un guadagno delle stesse due leghe. Misure uguali. Ordine giusto. Entrambe le vie sotto la chiglia, nella giunzione lavorabile che poteva usare.
I nomi si serrarono l’uno sull’altro come un nodo tirato.
Al mare non accadde nulla. Era questa la stranezza, e nessuno che non l’abbia visto crederà mai quanto sia silenzioso. Non si alzò un’onda. I perni rimasero saldi, la secca restò pallida e il vento continuò a venire dallo stesso quadrante. Ma il margine lontano del mondo si mosse. A sud, il promontorio della scuola e l’imboccatura del bacino gli si avvicinarono come qualcosa ricordato più vicino di quanto fosse stato davvero; la boa esterna non si spostò, il porto non si spostò, eppure nel tratto d’acqua che li separava c’era meno distanza di un istante prima. E verso nord, lungo il corridoio del traghetto dove correva l’onda corta, il mare si allungò. Jesse lo vide accadere. La linea d’acqua franta che segnava la curva di Longhook si tese verso le isole del nord, senza fretta, sempre più lontano, come una cima filata oltre la murata.
Nessuno dei due porti si mosse. Si mosse la via che li univa.
Poi le due leghe entrarono in lui.
Non ci fu alcun preavviso. Jesse aveva remato finché le mani non gli si erano spaccate e aveva salito la scalinata della scuola sotto una gomena d’ancora zuppa. Niente di tutto ciò lo aveva preparato. Il corpo non è fatto per ricevere un viaggio che non ha compiuto. Due leghe di dura navigazione gli arrivarono dentro tutte intere, nello spazio di un battito, in un luogo privo di qualsiasi distanza. I polmoni gli si svuotarono e non vollero più riempirsi. Su entrambe le palme si aprirono lunghe piaghe di sale, screpolate come diventano le mani di un traghettatore dopo un inverno, solo che accadde fra un respiro e l’altro, con il calore del vetro di una lampada. Gli cedettero entrambe le ginocchia. Cadde di spalla contro lo scafo e le tavole gli mozzarono il fiato; la barra oscillò libera sopra la sua testa, lo sloop orzò nel vento, il boma passò da una parte all’altra e la vela sbatté vuota contro il vento.
Rimase disteso nell’acqua di sentina, con la guancia sulle tavole bagnate e la corda aggrovigliata fra le dita, ascoltando la vela schioccare senza riuscire a chiudere le mani.
La secca era sottovento. Jesse sapeva che cosa faceva la secca a una barca che si metteva al traverso e scarrocciava.
Il coraggio non ebbe nulla a che fare con il fatto che riuscisse a rialzarsi. In seguito gli fu chiaro, quando quasi tutto gli fu chiaro. A farlo rialzare furono la barca di Anderson, che conservava il vantaggio lungo il rientro, e la certezza che tutto quanto — l’incrocio, i nomi, le due leghe caricate sulla via del traghetto e le persone ferme sugli approdi lontani con i loro cesti — altrimenti non sarebbe servito assolutamente a nulla.
Per prima cosa appoggiò un avambraccio sulla barra, perché le dita non riuscivano a stringere, e la trascinò con il peso del braccio. Lo sloop poggiò. La vela si gonfiò e la barca si raddrizzò; Jesse si sollevò con essa prima su un ginocchio, poi sui due piedi, e mise le mani sulla barra come si doveva. Fu peggio della caduta. Il legno affondò nelle piaghe aperte e salate delle palme; Jesse emise un suono di cui si vergognò, resistette e non mollò più per tutto il resto del ritorno.
Percorse a vela il tratto accorciato che restava del Circuito del Laureato, con sangue e acqua di mare che colavano lungo la barra.
Non lo videro arrivare finché non ebbe superato l’isola bassa e, quando lo videro, non ci credettero. Due leghe sono una gran quantità d’acqua da far sparire da una via. Anderson aveva percorso l’ultimo tratto senza una sbavatura, come faceva con ogni cosa, e la via sotto di lui aveva semplicemente smesso di essere lunga quanto prima, e non esiste arte marinaresca capace di rispondere a questo. Jesse gli arrivò sotto il giardinetto di poppa quando i faraglioni erano ormai alle spalle di entrambi. Anderson si voltò. I suoi occhi grigi passarono in rassegna la vela di Jesse, l’assetto, l’acqua, in cerca di un errore che non c’era. Jesse gli aveva fatto qualcosa che nessuna scusa avrebbe potuto disfare.
Poi lo superò, e poi tagliò l’arrivo.
La campana sulla terrazza suonò per annunciare l’arrivo e suonò male, incerta, in ritardo di mezzo battito, perché l’uomo che la azionava era stato sicuro di un altro nome.
Lo accostarono alla pietra del Bacino delle Esercitazioni, con mani che scendevano ad afferrargli la falchetta; il molo si riempì e il frastuono rimbalzò sul muro della scuola e tornò sull’acqua. Shane Watson scese i gradini per legare il guidone in testa d’albero, con un nodo accurato da vecchio: due giri e un mezzo collo. Ci mise tempo. Guardò la vela, poi l’assetto della barca, infine le mani di Jesse sulla barra e le piaghe vive del sale, aperte su entrambe le palme come dopo una stagione al remo, in una mattina di vela col bel tempo.
«Ti sei fatto male», disse Shane.
«Bruciatura da cima». La voce di Jesse uscì ferma, cosa che lo sorprese. «Ho preso male l’ultimo salto di vento».
Shane continuò a guardarlo ancora per un po’. Poi terminò il mezzo collo e fece un passo indietro; il guidone si sollevò e schioccò nel vento, il molo esplose in grida, e tutto finì lì. Nessuno fece altre domande. Era questo che Jesse non riuscì mai a far capire a nessuno, in seguito: quanto poco gli fosse stato richiesto. Doveva soltanto dire una piccola banalità a proposito di una cima e restare in piedi. L’intera scuola si dispose intorno alla storia che preferiva.
Michael Morris riuscì a raggiungerlo attraversando la folla, gli diede una manata sulla spalla e gli disse che aveva navigato come un uomo inseguito dai creditori; poi abbassò lo sguardo sulla barra, dove l’acqua si era tinta di rosa, e smise di parlare. Dopo un momento disse che doveva correre: il traghetto partiva al cambio della marea e sua madre lo avrebbe scuoiato se lo avesse perso di nuovo.
«Va’, allora», disse Jesse.
Guardò la figura bassa e tozza salire i gradini due alla volta, e si tenne stretto alla drizza del guidone perché non c’era da fidarsi delle proprie ginocchia; poi, spinto da un tardivo istinto, cercò di ripetersi fra sé il nome di Longhook.
Era scomparso. Al posto del nome c’era una forma di cui sentiva i contorni, ma dentro non c’era alcuna parola. Anche il nome del Circuito del Laureato era scomparso. Entrambe le vie si erano voltate nel sonno e avevano assunto nuovi nomi nella Lingua Radice; non gli avevano detto quali fossero e nessun essere vivente avrebbe potuto darglieli. Jesse avrebbe dovuto andare a cercarli come aveva ottenuto i primi, con il proprio corpo, percorrendo ogni lega d’acqua che ora c’era.
Oltre i faraglioni, dove nessuno sul molo guardava, un traghetto stava imbarcando i cesti diretti a nord.




