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Copertina del romanzo «Le strade che prendiamo in prestito» di Claudia Phelps

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Le strade che pren­dia­mo in pre­sti­to

Di Claudia Phelps

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Le strade che pren­dia­mo in pre­sti­to

Claudia Phelps

Capitolo 1

Disputarono il Rookery Trial in una limpida mattina al volgere della stagione. Per il resto della vita, la canapa bagnata che si scaldava al sole avrebbe riportato Jesse Martin su quel ponte, in quella luce, con tutto ancora da fare.

Practice Basin disegnava una curva verde sotto il muro meridionale della scuola, dove la corrente entrava lenta e usciva ancora più lenta. Le barche della prova venivano allontanate una alla volta dalla banchina di pietra con i cavi di tonneggio. Sopra di loro, i Guardiani delle Strade osservavano dalla terrazza con i cappucci abbassati, ostentando la propria attenzione. Sotto di loro la banchina era gremita di allievi che non erano stati scelti. Jesse era stato scelto come si sceglie il tempo che fa, senza che nessuno decidesse davvero. Fin dal suo secondo anno i maestri facevano il suo nome quando volevano che si desse in fretta un nome a un percorso. Un ragazzo impara presto a che cosa serve.

Prese la barra del piccolo sloop. L’acqua prese il timone. La sua lunga ombra attraversava il tavolato, puntando all’indietro verso la scuola.

Dalla cintura gli pendeva la corda delle leghe, una cima incatramata con nodi a distanze che le sue mani conoscevano al buio. L’aveva annodata durante il suo primo inverno e aveva rifatto i nodi due volte. Sotto il suo pollice il catrame era diventato nero e lucido. Il resto di ciò che portava con sé non poteva pendere da una cintura: i due nomi delle strade, interi, i nomi ai quali Laureate Circuit e Longhook Passage rispondevano nella Lingua delle Radici. Li possedeva perché aveva percorso ciascuna delle due strade fino in fondo, con il proprio corpo: è il solo modo di ottenerli. Laureate l’aveva percorso a vela in prove ed esercitazioni fino a poterci camminare dietro le palpebre, al largo intorno ai faraglioni di Rookery e alla boa esterna, e poi di nuovo a casa. Longhook l’aveva percorso l’estate prima, in piedi al parapetto del traghetto pubblico, al buio, con il vento che arrivava dalle acque del nord, una traversata dopo l’altra, andata e ritorno e di nuovo andata, perché un ragazzo che vuole diventare un Guardiano delle Strade impara i nomi delle strade di cui nessun Guardiano delle Strade si cura.

Suonò la campana di partenza. La flotta si inclinò tutta insieme, e la prova ebbe inizio.

Christopher Anderson prese il comando prima dei faraglioni, senza fretta né le disperate finezze cui ricorrevano gli altri. Anche da dietro, era un piacere guardarlo. Nel punto in cui la marea aggirava il primo faraglione c’era un tratto, largo non più di una lunghezza di barca, in cui il mulinello girava in senso opposto; Jesse lo sapeva da due anni. Christopher vi infilò la prua nell’esatto istante in cui l’acqua cambiava direzione, si lasciò portare e ne uscì dall’altra parte già nell’assetto giusto per il nuovo vento, con la vela piena mentre quelle del resto della flotta ancora sbattevano. La sua giacca non ebbe neppure un fremito. Sulla terrazza un Guardiano delle Strade parlò a un altro. Annuirono entrambi, e quel cenno attraversò l’acqua più nitido di qualsiasi grido.

Jesse si tirò indietro i capelli con una mano bagnata e non imprecò.

Il problema con Anderson era quello: ricco, alto, sicuro di sé e disposto a lavorare. Per tutto l’inverno era uscito con uno schifo quando la luce era scarsa, per conoscere la marea al primo faraglione. Ora la fatica si nascondeva nella disinvoltura. Da fuori, la maestria aveva quell’aspetto, e il denaro ne comprava di più.

All’altezza dei faraglioni di Rookery la flotta si era sgranata: Anderson, Martin, un vuoto, poi gli altri.

Jesse non avrebbe mai navigato meglio di come fece in quel tratto: si scrollò di dosso il resto della flotta, rubò una lunghezza di barca nel salto di vento al largo dell’isola bassa e si avvicinò alla testa ramata davanti a sé finché poté udire l’altro scafo che lavorava. Poi smise di avvicinarsi. Anderson non restituiva nulla. Il distacco restava saldo come un dato di fatto.

Sfilò la corda dalla cintura e la tese in doppio a misurare il distacco, con un occhio chiuso, come un falegname che traguarda un’asse.

Due nodi. Due leghe d’acqua, più o meno, fra la sua prua e il ragazzo a cui avrebbero consegnato il gagliardetto.

Il resto del circuito non poteva divorare quel distacco. Fece i conti a freddo; in qualunque modo li impostasse, il risultato era lo stesso. Laureate Circuit correva al largo, intorno alla boa esterna, per poi tornare a casa, nel bacino, e lungo quel percorso non c’era vento né marea né perizia marinaresca che potesse portarlo davanti ad Anderson prima del traguardo. Il percorso regolamentare lo avrebbe portato al secondo posto. Lo avrebbe portato al secondo posto il giorno in cui i Guardiani delle Strade erano usciti sulla terrazza con i cappucci abbassati.

Aveva ancora la corda fra le mani. Il pollice aveva trovato il secondo nodo senza che lui gliel’avesse chiesto.

Una strada non era il terreno che le stava sotto, ma un percorso con un nome, modificato dall’uso, dalle condizioni del tempo e dal lavoro. Pronunciandone correttamente il nome, la si poteva accorciare. Nessuna lunghezza svaniva; tutto ciò che si toglieva a una strada doveva entrare in un’altra.

Due leghe separavano la sua prua da Anderson. Laureate Circuit aveva proprio due leghe in più del percorso più breve fra i suoi estremi.

A nordest della boa esterna, due segnacoli di svolta in ferro indicavano l’incrocio praticabile tra Laureate e Longhook. Possedeva entrambi i nomi attuali. Uno scafo fra quei pali integri poteva togliere due leghe alla strada della scuola e metterle su quella del traghetto.

I segnacoli trattennero il suo sguardo. Poi girò il timone, puntò verso di loro e lasciò che la prova proseguisse senza di lui.

Pagò subito il prezzo. La barca di Anderson mantenne la rotta giusta verso la boa esterna e si fece piccola; il distacco di due nodi si allargò fino a diventare irrecuperabile. Qualcuno su una delle barche di coda gli gridò qualcosa, credendo che avesse valutato male la secca. Lui fece un cenno con la mano senza guardare, e il gesto poteva passare per un ringraziamento.

La sua ombra aveva girato con la virata e ora gli si stendeva davanti, sull’acqua, a precederlo.

Orzò, lasciò sventare la vela e condusse lo sloop verso l’acqua pallida. Un’operazione incauta poteva uccidere. Confrontò la forma attuale di Laureate con il nome che ne possedeva, angolo per angolo, come si prova una chiave nella serratura prima di forzarla: l’imboccatura del bacino, i faraglioni, l’isola bassa, la boa esterna, il lungo ritorno. Rispose. Non vi erano state operazioni dall’ultima volta che l’aveva percorso; il nome era ancora valido, ed era suo. Poi Longhook, ed era più difficile, perché doveva ricostruirlo con un’estate di traversate notturne, il parapetto del traghetto freddo sotto gli avambracci, la lampada che dondolava a poppa, le acque del nord, gli approdi delle isole lontane dove le donne scendevano con i cesti e restavano in attesa al buio. Anche Longhook rispose. Il nome era ancora valido, ed era suo.

Davanti a lui, la boa esterna si inclinava sull’onda lunga. Anderson la doppiò con una virata netta e decisa, si raddrizzò uscendo dalla virata con la flotta dietro e il traguardo davanti, e decise l’esito della prova. Chiunque avesse guardato l’avrebbe detto. Lo dissero tutti. La terrazza si voltò verso il bacino; le barche che avevano rinunciato a gareggiare fecero lo stesso, e la lancia dei giudici virò verso il traguardo. Tutti gli sguardi sull’acqua si volsero insieme nel posto sbagliato, e tenere un segreto non è mai stato altro che questo.

Nessuno guardava a nordest verso la secca, dove un ragazzo su uno sloop della scuola stava allineando lo scafo fra due pali di ferro.

Teneva la corda nella mano sinistra e la barra nella destra e lasciò avanzare lo sloop.

In seguito ci fu chi volle sentirgli dire che non aveva capito quello che stava facendo. Non lo disse mai. Capiva benissimo. Sapeva che due leghe sottratte a Laureate dovevano finire su Longhook, perché lo scambio è questo; sapeva che Longhook era la strada del traghetto e che con il traghetto le isole del nord ricevevano la farina e la posta e portavano i bambini malati dal medico; sapeva che la traversata era già lunga. Vedeva tutto con chiarezza: il traghetto, la farina e la posta, il bambino che aveva bisogno di un medico. Sull’altro piatto stavano la testa ramata di Anderson che girava intorno alla boa, i Guardiani delle Strade a capo scoperto e il suo nome sulle loro labbra. Il primo non pesava nulla. Aveva diciassette anni. Gli dicevano che era svelto da prima che imparasse a leggere. Un ragazzo che è stato lodato per la sua sveltezza è disposto a fare molto pur di non farsi vedere esitare, neppure da sé stesso.

I segnacoli gli si fecero incontro, uno per lato, tanto vicini che poteva vedere la ruggine colare da sotto la vernice bianca.

Attraversò il crocevia, e mentre lo attraversava parlò.

Pronunciò prima il nome di Laureate, nella Lingua delle Radici, e gli attribuì una perdita di due leghe. Il nome gli uscì in un solo lungo respiro, e ci volle fatica a farlo uscire, più fatica di quanta ne avesse mai fatta per un nome; gli doleva già la mascella prima ancora di arrivare in fondo. Poi, senza lasciarsi alle spalle l’acqua fra i segnacoli, pronunciò il nome di Longhook e gli attribuì quelle stesse due leghe come guadagno. Misure uguali. Ordine giusto. Entrambe le strade sotto la chiglia, al crocevia in funzione di cui poteva servirsi.

I nomi si chiusero l’uno sull’altro come si stringe un nodo.

Al mare non accadde nulla. Era questa la stranezza, e nessuno che non l’abbia visto crederà che sia così silenzioso. Non si levò un’onda. I segnacoli rimasero saldi, la secca rimase pallida e il vento continuò a soffiare dalla stessa direzione. Ma il confine lontano del mondo si mosse. Laggiù a sud, il promontorio della scuola e l’imboccatura del bacino gli si avvicinarono come qualcosa che nel ricordo è più vicino di quanto fosse in realtà; la boa esterna non si spostò, il porto non si spostò, eppure l’acqua distesa fra l’una e l’altro conteneva meno di quanto avesse contenuto un istante prima. E a nord, lungo la rotta del traghetto dove correvano onde corte, il mare si allungò. Riusciva a vederlo. La linea di frangenti che segnava la curva di Longhook si distese verso le isole del nord, senza fretta, sempre più in là, sempre più in là, come una corda che scorre oltre un parapetto.

Nessuno dei due porti si mosse. Si mosse la strada che li univa.

Poi le due leghe gli entrarono dentro.

Non ci fu alcun avvertimento. Aveva remato fino a spaccarsi le mani ed era salito per la scalinata della scuola sotto il peso di una matassa fradicia di cavo d’ancora. Nulla di tutto questo lo aveva preparato. Il corpo non è fatto per ricevere un viaggio che non ha compiuto. Due leghe di dura navigazione gli arrivarono dentro tutte intere, nel tempo di un battito del cuore, in un luogo dove non c’era nessuna distanza. I polmoni si svuotarono e non si riempivano. Il sale gli aprì su entrambi i palmi lunghe piaghe screpolate, come quelle che si formano sulle mani di un traghettatore dopo un inverno, solo che accadde fra un respiro e il successivo e accadde con un calore come quello del vetro di una lampada. Gli cedettero entrambe le ginocchia. Cadde con la spalla contro lo scafo e il tavolato gli mozzò il fiato, e la barra oscillò libera sopra la sua testa, e lo sloop orzò controvento e il boma passò dall’altra parte e la vela sbatté vuota contro il vento.

Era disteso nell’acqua di sentina con la guancia sulle assi bagnate e la corda aggrovigliata fra le dita e sentiva la vela sbattere e non riusciva a chiudere le mani.

La secca era sottovento. Sapeva che cosa faceva la secca a una barca che restava di traverso e andava alla deriva.

Non fu il coraggio a farlo rialzare. Questo gli fu chiaro in seguito, quando ormai gli era chiaro quasi tutto. A farlo rialzare furono la barca di Anderson che avanzava in testa sul lungo tratto di ritorno, e la certezza che tutto quanto – il passaggio, i nomi, le due leghe messe sulla strada del traghetto e la gente in piedi sugli approdi lontani con i suoi cesti – sarebbe stato del tutto inutile.

Per prima cosa portò un avambraccio sopra la barra, perché le dita non facevano presa, e la trascinò giù con il peso del braccio. Lo sloop poggiò. La vela si gonfiò e la barca si raddrizzò, e lui si sollevò con lei fino a poggiare su un ginocchio, e poi su entrambi i piedi, e mise come si doveva le mani sulla barra. Fu peggio della caduta. Il legno gli affondò nelle piaghe salate dei palmi e lui emise un suono di cui si vergognò, e mantenne la presa, e non la lasciò più per tutto il ritorno.

Percorse a vela il tratto ormai accorciato che restava di Laureate Circuit, con sangue e acqua di mare che colavano lungo la barra.

Non lo videro arrivare finché non ebbe superato l’isola bassa, e quando lo videro non ci credettero. Due leghe sono una gran quantità d’acqua da far sparire da una strada. Anderson aveva navigato senza un errore nell’ultimo tratto, come sempre quando navigava, e la strada sotto di lui aveva semplicemente smesso di essere lunga quanto prima, e non c’è perizia marinaresca che tenga. Jesse gli arrivò al giardinetto, con i faraglioni alle spalle di entrambi. Anderson si voltò. I suoi occhi grigi controllarono la vela di Jesse, l’assetto, l’acqua, in cerca di un errore che non c’era. Jesse gli aveva fatto qualcosa che nessuna scusa avrebbe potuto cancellare.

Poi lo superò, e poi tagliò il traguardo.

La campana sulla terrazza suonò per annunciare un arrivo e suonò male, incerta, in ritardo di mezzo battito, perché l’uomo che la suonava aveva dato per certo un altro nome.

Lo portarono alla banchina di pietra di Practice Basin con mani tese dall’alto verso la falchetta, e la banchina si riempì, e il clamore rimbalzò dal muro della scuola e tornò sull’acqua. Shane Watson scese i gradini per legare il gagliardetto in cima all’albero dello sloop, con il nodo accurato di un vecchio, due giri e un nodo. Lo fece adagio. Guardò la vela, e l’assetto della barca, e poi le mani di Jesse sulla barra, le piaghe del sale aperte nella carne viva di entrambi i palmi come se avesse passato una stagione al remo, dopo una mattinata di vela col bel tempo.

«Ti sei fatto male», disse Shane.

«Bruciature da corda». La voce gli uscì ferma, e se ne sorprese. «Ho preso male l’ultimo salto di vento».

Shane lo guardò ancora per un po’. Poi finì il nodo e fece un passo indietro, e il gagliardetto si sollevò e schioccò al vento, e la banchina gridò, e fu tutto lì. Nessuno fece un’altra domanda. È questa la parte che in seguito Jesse non riuscì mai a far capire a nessuno: quanto poco gli fosse stato richiesto. Gli era bastato dire una piccola banalità sulla corda e restare in piedi. L’intera scuola si dispose intorno alla storia che preferiva.

Michael Morris lo raggiunse facendosi strada fra la folla e gli diede una manata sulla spalla e gli disse che aveva navigato come un uomo inseguito dai creditori, e poi Michael guardò la barra, dove l’acqua si era tinta di rosa, e smise di parlare. Dopo un momento disse che doveva scappare, il traghetto partiva al cambio di marea e sua madre l’avrebbe scorticato se l’avesse perso un’altra volta.

«Va’, allora», disse Jesse.

Guardò quella figura bassa e tarchiata salire i gradini a due a due, e si aggrappò alla drizza del gagliardetto perché delle ginocchia non c’era da fidarsi, e tentò, per un tardivo moto d’istinto, di ripetersi il nome di Longhook.

Era svanito. Dove prima c’era il nome restava una forma di cui sentiva i contorni, e dentro nessuna parola. Anche quello di Laureate era svanito. Entrambe le strade si erano voltate nel sonno e avevano preso nuovi nomi nella Lingua delle Radici, e non gli avevano detto quali fossero, e nessuno in vita poteva darglieli. Avrebbe dovuto andare a prenderli come aveva preso i primi, con il proprio corpo, percorrendo ogni lega d’acqua che c’era adesso.

Al largo, oltre i faraglioni, dove nessuno sulla banchina guardava, un traghetto stava imbarcando i suoi cesti per il nord.


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