Capitolo 1: Il giro d'ispezione
La staffa del pluviale al numero 19 era scesa di ¼ di pollice da martedì. Brian infilò il pollice sotto il collare, lo riportò delicatamente in piano e recuperò il gioco con il cacciavite corto che teneva nella tasca sinistra del cappotto proprio a quello scopo. Le 6:40 di una mattina d’ottobre, la luce ancora grigia lungo i tetti delle Righe di Moorfield, e il giro procedeva secondo programma: quattro controlli fatti, sette ancora da fare, il ferro di cavallo silenzioso salvo un furgoncino del latte due strade più in là e i suoi stessi tacchi sulle lastre del marciapiede.
Controllò la staffa: collare in squadra, vite assestata. Poi proseguì. Il giro aveva un ordine, e quell’ordine aveva le sue ragioni. Le grondaie prima dei cancelli, perché l’acqua faceva più danni dei cardini. I cancelli prima del verde comune, perché un cancello lasciato oscillare diceva a un estraneo di passaggio più cose su una strada di quante potesse dirne qualsiasi distesa d’erba. Il verde comune prima della bacheca, perché la bacheca veniva per ultima, e l’ultimo era il posto che riservava alla parte che gli piaceva.
Girò intorno al ferro di cavallo e la vide da 30 piedi di distanza: un rettangolo bianco dove il bianco non aveva ragione di esserci.
La bacheca era sua. L’aveva costruita con compensato marino e una cornice di quercia recuperata, l’aveva vetrata, aveva rivestito di feltro il tettuccio e da allora ne aveva rimesso in squadra i fogli ogni mattina: il turno di falciatura, il calendario dei rifiuti, i verbali di un comitato che aveva smesso di produrre verbali degni di essere letti. Qualcuno aveva fissato con quattro puntine d’ottone un foglio plastificato proprio al centro, sopra il turno. Lui non possedeva puntine d’ottone. Nessuno del comitato possedeva puntine d’ottone. Tirò fuori gli occhiali da lettura.
HALLORAN E VANE — DOMANDA DI SCIOGLIMENTO DEL PATTO DEI RESIDENTI. Sotto l’intestazione, una colonna di caratteri minuti nel linguaggio di cui diffidava più di ogni altro, quello che definiva una strada “il terreno in oggetto”. Una domanda era stata depositata presso il consiglio comunale. Era iniziato il periodo di liquidazione previsto dalla legge. Le parti interessate venivano indirizzate a un portale, a un numero di riferimento, a una scadenza. E lì, a quattro righe dal fondo, in caratteri non più grandi degli altri e, agli occhi di Brian, due volte più pesanti: ai sensi della Clausola 19 del Patto dei residenti (1984).
Lesse due volte l’intero foglio, la seconda più lentamente. La mano guantata riposava sulla cornice che aveva costruito, mentre il foglio se ne stava dentro la plastificazione come un reperto, protetto dalle intemperie, pronto a durare più della bacheca alla quale era fissato. Qualcuno aveva pensato alla pioggia. Qualcuno aveva pensato a lui.
Ripiegò gli occhiali e li mise via. Poi completò il giro, perché il giro non era finito.
Oltre il numero 16, dove il cartello VENDUTO era comparso a giugno. Oltre il 14 e il 12, venduti a meno di quindici giorni di distanza l’uno dall’altro in agosto. Undici proprietà libere, ormai, se qualcuno teneva il conto, e Brian le contava ogni mattina senza mai pronunciare il numero ad alta voce. I cartelli appartenevano tutti alla stessa agenzia, avevano tutti la stessa livrea color prugna e crema ed erano inclinati in modo da farsi vedere dalla strada. Nel vialetto dei garage si fermò sotto la grondaia malandata del blocco terminale e liberò con due dita il tappo di foglie: una riparazione che nessuno aveva chiesto, su un edificio di cui nessuno avrebbe ammesso di essere proprietario. L’acqua riprese a scorrere. Si pulì le dita sullo straccio che portava con sé a quello scopo e rimase lì un momento più del necessario.
Clausola 19. Conosceva il Patto come altri uomini conoscevano gli inni, non per averlo studiato ma per averlo ripetuto. Diciannove clausole, e i fondatori avevano messo per ultima quella strana, là dove gli avvocati mettevano la trappola. La recitava a Diana ogni volta che il comitato minacciava di modernizzarne la formulazione, e lei rispondeva sempre allo stesso modo: «Lasciala stare, Brian, è portante».
Al numero 4, l’aiuola delle rose se ne stava potata a norma, con i fiori appassiti recisi domenica dalla sua stessa mano e le ultime fioriture finite nel compost, dove il sentimentalismo non poteva più raggiungerle. Due porte più in là, il cartello color prugna e crema sopra la vecchia recinzione dei Melton pendeva di 3 gradi dalla verticale. In qualsiasi altra mattina l’avrebbe raddrizzato per principio, secondo il principio che perfino un insulto dovesse essere appeso in squadra. Quella mattina lo lasciò stare.
I controlli finirono fuori ordine. Il verde comune prima dei cancelli, il muro dei Patel prima del vialetto, la sequenza spezzata e ricomposta male, come un uomo che distribuisce le carte pensando al punteggio. Registrò il difetto in se stesso come avrebbe registrato una staffa scivolata, lo mise tra le cose da correggere e imboccò il vialetto di casa.
Un passeggino bloccava il suo cancello.
Era parcheggiato di traverso, incastrato fra il pilastro del cancello e la siepe di ligustro, con il freno inserito. Conosceva quel passeggino: blu scuro, fango sulle ruote posteriori, un’ape di plastica girevole agganciata alla barra trasversale. Conosceva anche la donna che gli stava dietro, le braccia incrociate sul maniglione, incinta di sette mesi e piantata lì come una cassaforma. Jill Bowman. Numero 11. Abitava nella strada dalla primavera di due anni prima e aveva imparato a conoscere le grondaie, i compleanni e la pressione sanguigna di tutti. Nella mano libera teneva un fascio di fogli in formato verticale, pinzati insieme. Brian riconobbe da 20 piedi di distanza il carattere tipografico del portale comunale.
«Buongiorno, Hale», disse lei. «Allora hai visto la bacheca. Sei in ritardo di otto minuti».
«Il passeggino è davanti al mio cancello».
«Sì. È fatto apposta». Sollevò la stampa. «Clausola 19. Compare due volte nei loro caratteri piccoli e non compare in niente di ciò che riesco a trovare. Non c’è una copia del Patto in biblioteca, non ce n’è una sul portale e quella che dovrebbe stare sullo scaffale della Sala compatta è scomparsa da prima che ci trasferissimo qui. Tu saprai cosa dice».
«È una faccenda del comitato», disse Brian. «Sottoponila al comitato».
«Il comitato è Jeffrey Lowery con un martelletto. Lo sto chiedendo all’uomo che recita quella roba alla gente quando mette fuori i bidoni troppo presto».
«C’è una procedura».
«Magnifico. Dov’è scritta?»
Guardò il passeggino. L’ape girava lentamente sul proprio gancio, l’unica cosa in movimento nella strada. «La grondaia sul retro di casa tua si è abbassata al raccordo», disse. «La sento quando piove. Verrò martedì».
«Puoi sistemare la grondaia e rispondere alla domanda. Una cosa non esclude l’altra». Non aveva alzato la voce; a quanto Brian capì, era pronta a restare lì fino all’ora di accompagnare i bambini a scuola, e forse fino al parto. «Hale. Cos’è la Clausola 19?»
Passarono sessanta secondi, o qualcosa che ci somigliava. In seguito non avrebbe saputo dire perché la recitazione gli fosse uscita di bocca. Forse furono le puntine, la plastificazione o il semplice fatto ingegneristico che lei bloccava il cancello e la giornata non poteva proseguire passando attraverso di lei. La declamò piatta e veloce, parola per parola, con il tono che avrebbe usato per leggere un contatore.
«Clausola 19. A ogni scioglimento del Patto, il diritto di proprietà libera sui terreni comuni sarà ripartito mediante voto azionario, attribuendo un voto per ogni ora irredenta iscritta nel registro patrimoniale e accreditata al membro indicato per nome. Le ore riscattate prima che si proceda a contare sono estinte. Si procede a contare sulla base del registro così com’è tenuto».
Vide il volto di lei cambiare prima ancora di aver finito la seconda frase. Era sveglia; questo glielo riconosceva. Lei abbassò gli occhi sulla stampa, poi li rialzò su di lui e, quando parlò di nuovo, la vivacità era svanita dalla sua voce, lasciando al posto suo una maggiore cautela.
«Ore», disse. «I voti sono ore. Qualcuno ha tenuto il conto delle ore».
«È una vecchia disposizione».
«C’è un registro». Fece il calcolo ad alta voce, con delicatezza, come si cammina sul ghiaccio. «La strada decide chi possiede la strada in base a quello che è scritto in un libro, e tutti dicono che l’uomo che lo tiene sei tu».
«La strada dice molte cose».
«Quante ore contiene? A chi appartengono?»
Eccola. La domanda sotto la domanda, quella che l’intera strada aveva concordato, in virtù di un trattato mai firmato da nessuno, di non rivolgergli mai. Sentì arrivare tutto il resto come si sente un camion prima che giri l’angolo: decenni di favori trascinati fuori e contati, nomi letti ad alta voce, pagine toccate. Le pagine di Diana. I pollici degli estranei.
Brian sentì il gelo invaderlo. Non aveva mai alzato la voce una sola volta, ma lasciò che la temperatura della voce calasse.
«Il libro non è proprietà del comitato», disse. «Non è del consiglio comunale, non è di quell’agenzia e non sono affari tuoi. Non è in vendita e non è fatto per essere letto. Adesso sposta il passeggino, per favore».
Pronunciò quel per favore con una voce che la strada non sentiva dal funerale. Jill se ne accorse e, con uno sforzo visibile, accantonò la domanda successiva invece di spenderla. Disinserì il freno e arretrò il passeggino di un’iarda netta; Brian poté finalmente varcare il proprio cancello, oltrepassare l’ape e risalire il vialetto che aveva posato nel 1989.
«90 giorni», gli disse lei alle spalle. «È il periodo di liquidazione. È scritto sul portale, ho letto per intero l’archiviazione, tutte e quaranta le pagine, e farò stampare questa clausola per l’Adunata generale annuale, dovessi anche leggerla io stessa perché finisca a verbale. Che piaccia o no al comitato. E che piaccia o no a te».
Chiuse la porta d’ingresso sull’ultima parte della frase. Attraverso il pannello smerigliato, la sagoma di lei rimase per un momento al cancello, poi si chinò sul passeggino e si allontanò; la strada tornò silenziosa, e il silenzio aveva cambiato datore di lavoro.
Il bollitore fu acceso perché alle 7:15 il bollitore veniva acceso. Una tazza scese dallo scaffale. Le altre quattro erano schierate dietro di essa, in una fila che non aveva alterato da due anni. Poi il tè finì nella tazza e, mentre il bollitore si portava a bollore, Brian rimase nell’ingresso a togliersi il cappotto e si fermò con un braccio ancora nella manica.
La vetrinetta dell’ingresso era dove era sempre stata, fra gli appendiabiti e le scale. Di quercia, con i fianchi di vetro e una serratura che oliava ogni primavera e ogni autunno secondo un programma sopravvissuto alla propria ragione d’essere. Sul ripiano centrale, con il dorso rivolto all’esterno, stava un registro grande quanto una lastra da pavimentazione: copertine rigide del colore dell’ardesia bagnata, il dorso di tela impallidito in alto, dove quarantun anni di mani l’avevano agganciato per tirarlo giù. Il libro permanente. Proprietà del complesso, affidata al custode. Brian era il custode da diciannove anni.
Non l’aveva più aperto da quando Diana era morta.
Finì di togliersi il cappotto. Lo appese al secondo gancio, prese la piccola chiave dal cassetto del tavolino dell’ingresso e aprì la vetrinetta, ogni gesto nella stessa sequenza tranquilla che avrebbe seguito per sfiatare un termosifone. Lo sportello di vetro ruotò sui cardini. L’odore gli venne incontro: carta, polvere, la lieve nota ferrosa dell’inchiostro vecchio. Posò la mano sulla copertina e ve la tenne piatta, il pollice contro il dorso; sotto il palmo, il cartone era fresco e un poco ruvido, come il lato inferiore di un davanzale.
Alzala, allora. Un movimento da cerniera. Aveva compiuto quello stesso movimento diecimila volte: sui giornali di cantiere, sulle bolle di consegna, su quel libro, davanti a quello scaffale, con Diana al tavolo della cucina che gli chiedeva ad alta voce chi avesse finalmente ricambiato i Lowery per il ponteggio.
La mano rimase piatta.
Attraverso il fianco di vetro della vetrinetta, là dove la luce del pannello della porta cadeva di sbieco, il bordo di una pagina sporgeva appena dal blocco e lungo quel margine correva una riga di scrittura. Inchiostro ferrogallico, sbiadito fino al marrone; lettere dritte, regolari e appena strette, una grafia da maestra; e sotto una parola — un nome che non riusciva a leggere e che non cercò di leggere — un’unica sottolineatura tirata col righello. Diana sottolineava i nomi, mai le parole. Brian l’aveva vista farlo per mille sere, con il righello conservato nel libro proprio a quello scopo, perché un obbligo apparteneva a una persona e quella persona meritava l’inchiostro.
Il bollitore si spense con uno scatto in cucina.
Brian rimase con il palmo sulla copertina e comprese la mattina nei soli termini che possedeva, quelli procedurali. Il foglio plastificato rendeva il libro una prova. La clausola ne faceva un registro. I 90 giorni rendevano la questione urgente, la donna al cancello la rendeva pubblica e, da qualche parte in un ufficio color prugna e crema, un’agenzia che pensava alla pioggia aveva già pensato a tutto questo. Non si poteva più custodire il libro tenendolo chiuso; essere chiuso era ormai un difetto, come è un difetto una porta tagliafuoco chiusa a chiave. Qualunque cosa vi fosse scritta era diventata affare della strada. Brian ne conosceva il contenuto fino all’ultima ora; ne aveva registrato metà di persona. Ogni colonna, ogni nome nella grafia sottile di Diana. E il custode, il funzionario incaricato di esibirlo, esaminarlo e risponderne, era un uomo incapace di sollevare la copertina del libro sul ripiano centrale della vetrinetta del proprio ingresso.
Tolse la mano dal libro. Chiuse lo sportello di vetro, girò la chiave e poi, invece di rimetterla nel cassetto del tavolino dell’ingresso, se la infilò nella tasca dei pantaloni, dove la sentì posarsi contro gli spiccioli come un fatto.
Il tè fu preparato secondo le specifiche e bevuto in piedi, alla finestra della cucina, nel punto investito dallo spiffero proveniente dal telaio che continuava a ripromettersi di sigillare di nuovo e che non avrebbe mai sigillato, perché a Diana quello spiffero piaceva; diceva che una cucina doveva ricordarti che fuori c’era il tempo che faceva. Sul retro di una busta posata sul piano di lavoro, scritto a matita nei suoi precisi caratteri maiuscoli, c’era il numero di riferimento dell’avviso, HV/DIS/2241, copiato quella mattina mentre passava, fra un controllo e il successivo, prima di permettersi di pensare al perché. La busta attendeva una risposta che lui non aveva ancora deciso di dare. Il portale comunale attendeva. Jill Bowman, presumibilmente, attendeva, anche se non dava l’impressione di essere brava a farlo.
Un movimento sul verde comune attirò il suo sguardo. Un furgone color prugna e crema si era fermato di fronte all’imboccatura del ferro di cavallo e due uomini in pile stavano estraendo dal retro un palo e un cartello. Numero 9. I Chandler erano andati dalla figlia a Pontefract in settembre e Sheila Mott aveva preso la casa con una locazione breve mentre veniva messa sul mercato; Brian ne controllava le grondaie da quando i Chandler erano partiti, senza che nessuno glielo avesse chiesto. Gli uomini appoggiarono il palo alla recinzione; uno lo tenne fermo mentre l’altro calava la mazza, e il suono arrivò in cucina mezzo tempo dopo il colpo, come accade con il tuono.
Il dodicesimo. Brian contò, come contava ogni mattina, e non disse nulla ad alta voce.
Il cartello fu montato a 3 gradi dalla verticale. Dalla finestra Brian ne vedeva con esattezza l’errore, evidente contro la linea della recinzione, il genere di cosa che un pollice e una sola occhiata avrebbero corretto. Gli uomini risalirono sul furgone e rimasero seduti con il motore acceso, sbrigando le carte sul cruscotto.
Brian rimase dov’era. Finì il tè, lavò la tazza, la capovolse sullo sgocciolatoio nel posto destinato a una tazza; e il cartello inclinato rimase sul verde comune nella luce che si faceva più forte, senza essere raddrizzato, mentre il custode del Libro permanente stava alla finestra con la chiave della vetrinetta in tasca e lo lasciava pendere.
