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Copertina del libro «Dove cammina la primavera» di Sylvie Wren

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Dove cammina la primavera

Di Sylvie Wren

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Capitolo 1: Sangue sotto la neve

La cerva aveva oltrepassato il nostro più antico cippo di confine prima dell’alba. Trovai accanto alla pietra l’impronta bifida, stretta e profonda nella neve incrostata, con un pelo nero impigliato nel lichene. L’impronta successiva era sei piedi più avanti, e altri sei piedi più in là ce n’era un’altra. Un passo lungo per una bestia affamata dall’inverno. Posai due dita fra le due metà dello zoccolo, ne misurai la divaricazione e guardai lungo i filari del frutteto, verso il punto in cui il terreno saliva incontro al Muro. Se fossi riuscita ad arrivare a trenta iarde, la cerva ci avrebbe sfamati per settimane. Se avessi mancato il colpo, mi sarebbe rimasta una sola punta larga ancora buona e nessun ferro che valesse la pena sprecare contro una sagoma in corsa.

La neve si era indurita fra i peri dormienti. Conservava nitide le impronte dovunque il vento aveva perlustrato la superficie, spazzando via la polvere farinosa, e io passavo dall’una all’altra senza calpestare la pista. La cerva continuava verso nord lungo il canale d’irrigazione invece di scendere verso l’avvallamento degli ontani, dove avrebbe trovato più cibo e riparo. Si fermò due volte. Le impronte appaiate delle zampe anteriori affondavano di più; dietro, quelle posteriori avevano sbandato verso l’esterno. Aveva alzato la testa e teso l’orecchio verso il Muro. Era strano. La fame rendeva facile accantonare stranezze minori.

Salii sull’argine più basso e saggiai il vento con un dito inumidito. L’aria veniva da nord, tanto fredda da farmi dolere sotto le unghie, e portava odore di pietra e foglie morte, ma non di cervo. Il canale sotto di me conteneva un piede di ghiaccio grigio. Cinquanta iarde a ovest, un ponte di assi offriva il passaggio più vicino. A sud c’era la casa, nascosta dal pendio del frutteto. A nord, oltre gli ultimi alberi, si ergeva il Muro, con le pietre inviluppate di spine. Contavo le vie d’uscita perché quella cercata in fretta era spesso una via d’uscita trovata troppo tardi.

Dal barattolo della farina Nora avrebbe ricavato altre sette pagnotte, se avesse lesinato sull’impasto. Elena aveva allungato lo stufato con acqua d’orzo e lo chiamava brodo soltanto per riguardo a Padre. Tommaso riusciva ad andare dal letto alla stufa con un bastone, ma il pendio del frutteto aveva la meglio sulla gamba spezzata dall’alluvione. Se fossi tornata senza carne, prima del disgelo avremmo mangiato il grano da semina oppure barattato uno dei coltelli da innesto. Entrambe le scelte sottraevano cibo a una stagione non ancora arrivata.

L’Ascia del frutteto mi poggiava sulla schiena, ferma fra le scapole. Il manico di frassino si era scurito là dove l’avevano stretto le mani di tre generazioni di Smith. La portavo per sgombrare i rami abbattuti dalle burrasche, spaccare le radici gelate e aprirmi una via verso casa se le spine avessero ceduto sotto la neve. A uccidere era il mio arco. L’ascia apparteneva agli alberi e al lavoro. C’era conforto nel mantenere semplici gli usi delle cose.

Un frammento di ghiaccio scattò nel canale sottostante. Mi accovacciai. La cerva era ferma sul canale gelato trenta iarde più avanti, seminascosta da un ramo abbattuto dal vento. Era scarna di ventre ma alta al garrese, con il mantello invernale color corteccia bagnata. Uno zoccolo anteriore poggiava su un ghiaccio tanto sottile da lasciar vedere l’acqua scura sottostante. Avrebbe dovuto spezzarsi. Invece la cerva vi caricò il peso e volse il muso verso un viluppo di spine ai piedi del Muro. Le narici fremettero.

Fra le spine non passava vento. Là dentro non si muoveva nulla. Eppure la cerva ascoltava con tutto il corpo, le orecchie tese in avanti e i fianchi immobili. Cercai un altro animale, un cacciatore, un brandello di stoffa sulla pietra. Trovai soltanto il vecchio argine del canale, il cippo di famiglia accanto al ginocchio e il terreno che conoscevo. Sul cippo di confine era incisa la frasca di pero di mio nonno. Da questo lato il frutteto era nostro. Dall’altro, nessuna fame avrebbe reso ragionevole l’inseguimento.

Oltrepassai il cippo e scelsi il corridoio fra due peri incurvati. I tronchi mi nascondevano le gambe e lasciavano libera la linea di tiro sopra il canale. La cerva si allontanò dal ghiaccio. Superò la cucitura di spine, si fermò una volta ad annusare la neve alle sue radici, poi venne verso sud fra gli alberi. Sfilai dalla cintura l’ultima punta larga e incoccai la freccia. Le penne mi sfiorarono il guanto. Tesi l’arco quando la testa della cerva passò dietro il tronco più vicino.

Si mise di fianco. Puntai in basso, dietro la spalla, e scoccai.

L’impatto produsse un suono sordo e vicino. La cerva balzò, scalciò una volta e corse verso nord. Il rosso comparve intorno all’asta prima che gli alberi la inghiottissero. Abbassai l’arco e ascoltai. Un cervo ferito si consuma nel rumore: sterpi che si spezzano, zoccoli che battono sul legno, poi i suoni più lievi che rivelano quanta forza gli resti per proseguire. Questa cerva attraversò il filare successivo e quello dopo ancora. Un ramo si spezzò vicino all’argine superiore. Poi venne il silenzio. Aveva corso troppo per il sangue che avevo visto.

Aspettai contando fino a duecento, anche se ogni minuto perduto raffreddava la carne e avvicinava gli animali saprofagi. Poi misi l’arco a tracolla, liberai l’Ascia del frutteto e la seguii. Il sangue segnava la neve con gocce tonde e lucenti. Al primo filare le gocce erano distanti un passo. Al secondo si univano in una sottile strisciata rossa, dove il fianco della cerva aveva sfiorato un pollone. La ferita sanguinava copiosamente. La distanza percorsa non concordava con quel sangue.

Oltre il ramo caduto, le impronte puntavano dritte verso il Muro. La cerva aveva ignorato il riparo, la discesa e il corridoio sgombro che riconduceva all’avvallamento degli ontani. Ora trascinava uno zoccolo. Il sangue fumava in ogni impronta. Sotto il vapore, la neve cedeva e diventava trasparente. Toccai il margine bagnato con una nocca. Il calore era penetrato nel terreno sottostante.

La cerva era in ginocchio davanti alla cucitura di spine. Le zampe anteriori le si erano ripiegate sotto il corpo, ma il posteriore si tendeva ancora nel tentativo di sollevarsi. A ogni sforzo la freccia urtava contro la pietra e riapriva la ferita. La cerva batté il muso contro le rocce più basse, si ritrasse e colpì di nuovo. Non vedevo alcun varco, nient’altro oltre i rovi intrecciati se non il Muro. Eppure avanzava verso di esso, obbedendo all’ultimo comando rimasto nel corpo.

Mi avvicinai da dietro, perché non sprecasse le ultime forze nel timore di me. Il suo occhio roteò una volta, nero e umido. Le posai il ginocchio sopra la spalla, impugnai l’ascia corta sul manico e sistemai il taglio sotto il cranio. L’Ascia del frutteto era appartenuta agli alberi e al lavoro. Le diedi un altro uso.

Il corpo colpì il suolo. Il lieve suono che seguì veniva da sotto la cerva, non da lei: un morbido lacerarsi che si ripeté attraverso la neve. Punte verdi trafissero la fanghiglia rossa intorno ai miei stivali. Mentre guardavo, si schiusero in foglie arricciate. Coppe di croco sorsero accanto all’asta della freccia, d’oro pallido e viola, e piccoli fiori bianchi gremirono il punto in cui era rimasta la gola della cerva. L’odore del ferro e della pelle lasciò il posto a quello della terra bagnata scaldata dal sole. L’inverno teneva stretto il frutteto dieci piedi più in là. A portata di mano, la primavera lavorava senza pazienza.

Mi alzai e quasi scivolai. Sotto entrambe le suole la neve si era disfatta in fango. Radici sottili la attraversavano e si avvolgevano intorno alle zampe della cerva. Le recisi con l’ascia, più adirata che spaventata, perché la rabbia sapeva servirsi di un attrezzo. Da ogni radice mozzata stillava linfa limpida e spuntavano due nuove punte verdi. Nulla toccava la carcassa. La crescita restava confinata al sangue versato, si nutriva della morte e la rendeva incantevole. Era quella la parte peggiore.

Sotto il collo della cerva apparve una striscia di bronzo. Scostai i fiori e trovai un collare aderente sotto il mantello invernale. Era caldo. Non per il calore del corpo: l’orecchio della cerva si era già raffreddato, mentre il metallo conservava il tepore mite di una stalla a mezzogiorno. Tutt’intorno erano stati lavorati piccoli campanelli, ciascuno non più grande di una nocciola, con bocche aperte e lingue di bronzo. Sollevai la fascia. Nessuno dei campanelli suonò. Ne proveniva l’odore animale e ravvicinato di molti cervi riuniti: sterco, latte, erba calpestata e pioggia che si asciugava sulle pelli.

Nessun bracconiere avrebbe messo un simile lavoro addosso a una cerva selvatica. Nessun contadino di Fine del rovo possedeva tanto bronzo da seppellirlo sotto il pelo. Infilai l’Ascia del frutteto sotto il collare e tagliai la fodera di cuoio. I campanelli rimasero muti mentre liberavo la fascia. Quando la tenni lontana dal corpo, ogni nuova foglia nel terreno oscurato dal sangue si volse verso il Muro.

Le spine si mossero.

Non tremavano per il vento. Fusti più grossi del mio polso si separarono, piegandosi all’indietro senza spezzarsi, e scoprirono una fessura buia fra due pietre. Un uomo la attraversò di sbieco, con una lama in mano. Indossava un lungo cappotto verde, di taglio troppo raffinato per il fango, con l’orlo scurito dal viaggio, e portava anelli sopra i guanti. I capelli neri si erano liberati dal laccio e gli ricadevano contro una guancia. Superò le ultime spine e si immobilizzò.

I suoi occhi passarono su di me, sull’ascia e sul collare. Poi guardò la cerva. L’oro che circondava le pupille verdi raccolse la poca luce concessa dalle nuvole. La lama si abbassò di un pollice.

«Che cosa hai fatto?» domandò.

Misi la cerva fra noi e tenni bassa la testa dell’ascia, dove un’arma sollevata non avrebbe potuto intercettarla prima che mi muovessi. «Ho ucciso un cervo sulle terre degli Smith.»

Fece un passo verso di me. I fiori arrivarono fino al bordo lucido del suo stivale. Lui li abbassò gli occhi con un dolore tanto calmo da suscitare la mia diffidenza. «Hai ucciso la Bell Doe capofila.»

«Ho ucciso un animale che aveva oltrepassato il mio confine.» Il calore del collare filtrava attraverso il guanto. «Se i campanelli sono importanti, avreste dovuto farli suonare.»

L’uomo alzò lo sguardo su di me. Aveva il volto composto di chi era abituato a far tacere le stanze entrando. Qui c’erano soltanto la cerva morta, il lavoro bagnato sotto i miei stivali e io. «Suonano per la mandria. Il suo odore la mantiene sulla strada della Primavera Hart.»

«Quale sostantivo rappresenta il pericolo?» domandai. «La mandria, la strada o questo Hart?»

«Tutti e tre, ormai.» Non rinfoderò né la lama né la risposta. «Sono Dylan Park, lord della Primavera. La Hart è vicina, e tu hai ucciso la guida che la mantiene nel corridoio stabilito.»

«Lord Park», dissi, perché un titolo era utile quando occorreva sapere con esattezza a chi appartenesse l’arroganza che ci stava di fronte. «Io vedo sangue, terreno divelto e fiori che divorano la neve. Mi dica che cosa vede lei.»

Aggrottò la fronte. Guardò intorno alla cerva. «Anemoni. Celidonia. Iris precoci. Sotto di essi il terreno è intatto.»

Affondai il taglio dell’ascia nel fango e sollevai facendo leva una stuoia di radici nuove. Sotto, l’argine del canale si era spaccato. Le pietre che avevo sistemato in autunno giacevano frantumate nel canale, e attraverso la breccia filtrava acqua sotto il ghiaccio. «Un terreno intatto non perde acqua.»

Fissò la terra sollevata. I fiori continuavano a specchiarsi nei suoi occhi anche quando gli mostrai una pietra spezzata dell’argine. La toccò con due dita guantate. Allora la sua immobilità cambiò. Prima era stata superiorità, l’abitudine di costringere gli altri ad aspettare. Ora si manteneva quieto per comprendere un fatto che lo aveva ferito.

«La Falsa fioritura», disse. «Sapevo che nascondeva vecchi danni a nord del Muro. Non sapevo che arrivasse fin qui.»

«Darle un nome non migliora nulla.» Lasciai cadere la pietra. «Mi mostri che cosa ha cambiato la morte della cerva.»

«Verrai con me.»

La lama si sollevò finché la punta non si trovò davanti all’incavo sotto le mie costole. Il gesto fu netto, senza ostentazione. Mi spaventò più di quanto avrebbe fatto un grido. Liberai l’ascia dal fango e portai il piede sinistro dietro il fianco posteriore della cerva, dove lui avrebbe dovuto scavalcare la carcassa oppure aggirarla passando nel fango. «Ha formulato un ordine.»

«La Primavera Hart non può essere richiamata né comandata. Segue le Bell lo fa grazie all’odore, e la cerva capofila tracciava la pista. Senza di lei, può deviare ovunque il terreno le conceda il passaggio.» La sua voce rimase misurata. La tensione si mostrava soltanto nella mano stretta intorno all’elsa. «Se abbandona il corridoio, la Corte di Primavera perde il passaggio che la alimenta. I tuoi campi potrebbero patire quanto i miei.»

«Potrebbero.»

Un tremito percorse il manico dell’ascia. Contro il mio polso il collare rispose, non col suono di una campana, ma con il lieve urto di pezzi di metallo che si toccavano. La neve cadde dal ramo del pero più vicino. Più in alto nel frutteto, il canale gelato emise un cupo schianto.

Dylan si voltò verso il pendio. «Ha già deviato.»

Non lo seguii perché me l’avesse ordinato. Andai perché il tremito aveva attraversato radici che conoscevo e perché, se la breccia si fosse allargata, l’argine spaccato avrebbe riversato l’acqua del disgelo verso i filari più bassi. Salimmo oltre gli ultimi peri, mantenendo tre passi di distanza fra noi. La sua lama rimase sguainata. Io portavo l’ascia nella destra e il collare nella sinistra. Dietro di noi, la cerva giaceva fra fiori che non avrebbero dovuto conoscere il suo sangue.

In cima al pendio, la neve si interrompeva lungo un arco netto. L’avvallamento oltre di esso era bianco e intatto, salvo per un’unica depressione. Si estendeva dal fosso superiore del frutteto fino alla base del Muro. Avrei potuto stendervi dentro il pavimento della casa stampa e avere ancora terra d’avanzo tutt’intorno alle assi. Il bordo anteriore aveva frantumato tre pietre di drenaggio e strappato le radici di un biancospino. Fiori appena sbocciati gremivano la breccia.

Pioggia tiepida cadeva dentro l’impronta. Tesi il polso nudo. Sopra di noi l’aria rimaneva asciutta. Nel vasto avvallamento, le gocce colpivano l’acqua scura e sollevavano una nebbia leggera. L’impronta si riempiva senza che io vedessi alcuna nuvola. Il punto più profondo si trovava sul margine settentrionale, ma le pietre spezzate indicavano uno strascico verso ovest. Qualunque cosa l’avesse prodotta era scesa lungo il vecchio tracciato, si era fermata e aveva cambiato direzione dopo il fallimento della fuga della cerva.

Dylan raggiunse il bordo. «È andata a nord.»

«I fiori sono andati a nord.» Indicai con l’ascia. «L’argine ha ceduto verso ovest. Quella radice è stata strappata dal versante orientale, e laggiù il fango si è rovesciato su se stesso. La sua Hart ha deviato verso Fine del rovo.»

Guardò dove indicavo. Petali d’oro gli fluttuarono sugli occhi. «Io vedo un campo in fiore.»

«Io vedo ciò che ha distrutto.»

Un altro impatto ci passò sotto i piedi, più forte del primo. L’acqua sobbalzò nell’ottima stampa. Da oltre il pendio successivo giunse il tonfo di uno zoccolo troppo profondo per appartenere a qualunque bestia conoscessi, seguito da un altro dopo una lenta conta fino a quattro. Il suono viaggiava verso ovest. Verso i tetti raccolti sotto il frutteto. Verso Padre, Nora ed Elena, che avrebbero udito soltanto l’inverno muoversi nel terreno finché non li avesse raggiunti.

Dylan tornò a fronteggiarmi e sollevò la lama. «Sai leggere il suo percorso. Attraverserai il Muro e riparerai ciò che hai distrutto prima che raggiunga le terre abitate.»

Strinsi la mano intorno al Collare Bell Doe. Il suo calore portava con sé l’odore della mandria assente. Non si poteva restituirle la cerva. Dell’argine spaccato, della deviazione verso ovest e della cosa che camminava sotto terra spettava a me rispondere. Del mio corpo, no.

«Ha espresso una necessità», dissi. «Non ha offerto condizioni.»

Un corno risuonò oltre la cucitura di spine. Un secondo rispose, più vicino. Attraverso lo stretto varco giunsero il rosso tremolio delle torce e il battito ferrato di zoccoli montati. La spada di Dylan rimase fra noi mentre, alle sue spalle, le spine cominciavano ad aprirsi ancora di più.